sabato 9 febbraio 2013
Da Puerto Natales a Punta Arenas
Decido per una sosta a Puerto Natales, non che sia un granché ma ha il suo fascino, eccetto qualche edificio vagamente più moderno dalle parti di quello che dovrebbe essere il centro ma che in effetti corrisponde più che altro alle due strade principali, l’antica ossatura del paese è formata dalle vecchie baracche di legno ad un piano rivestite e protette con lamiere inchiodate e dipinte con una gamma di colori piuttosto insoliti che fa molto pensare alle pitture avanzate dalla verniciatura delle barche. La mattinata passa che più inutilmente non si può all’insegna del riposo ma il pomeriggio scatta l’esplorazione e me ne vado un po’ a zonzo. Alla fine del lungomare dopo il molo che uno sgangherato traghetto sopravvissuto miracolosamente a tutte le tempeste del mondo australe utilizza per trasbordare materiali e mezzi vari sull’isola di fronte e dopo un orribile capannone che serve da quartier generale ad una compagnia di allevamento salmoni, una dozzina di barconi da pesca tirati in secca riprendono fiato ed energie prima di affrontare la nuova stagione di pesca. Dall’anziano proprietario del Drake vengo a sapere che ha solo dodici anni, il Drake ovviamente…non il suo proprietario. A ripensarci bene però se il Drake, che dall’aspetto potrebbe aver preceduto le caravelle di Colombo nella scoperta del continente americano, ha solo dodici anni il suo proprietario, a dispetto delle rughe profonde come il Gran Canyon, potrebbe essere appena uscito dalle aule di un liceo…ma tralasciamo queste inutili speculazioni. Pablo, che ovviamente non è il mio amico brasiliano ma il proprietario del Drake, mi racconta della dura vita del pescatore, come in tutti i mari del mondo purtroppo il mestiere diventa sempre più duro e più difficile, il pesce che una volta si pescava praticamente di fronte a casa ormai è talmente scarso che le uscite durano anche una settimana, per riuscire a buttare nelle stive qualche sacco di ricci di mare, che per la cronaca valgono poi circa 25 centesimi di euro al chilo, o di centollas, i granchi di mare giganti dell’oceano, da spedire poi sull’avido mercato giapponese, bisogna sciropparsi qualche centinaia di miglia di mare, e il mare di quelle parti, come dimostra l’aspetto del Drake, non è un mare qualunque. Il pomeriggio avanza, rientro al villaggio e rientra anche il variegato pianeta degli altri turisti, una volta ci si arrampicava su per le montagne, si facevano escursioni nei boschi e nelle valli, si camminava lungo i torrenti per raggiungere i laghi più lontani, adesso si fa “trekking” che nella sostanza è la stessa cosa ma fare “trekking” fa molta più figo, vuoi mettere? Una volta si prendeva lo zaino da alpino del nonno, un paio di pedule più o meno della tua misura ereditate da qualche amico e casomai si compensava con i calzini più o meno grossi, un paio di pantaloni robusti, un camicione da battaglia e una giacchetta da strapazzo. I colori erano quelli cosiddetti “da bosco”: marrone, verde, svariate tonalità di grigio e via così. Il trekking prevede un abbigliamento assolutamente tecnico. Guai a farsi vedere in giro per un bosco senza almeno delle pedule in goretex da un milione di dollari possibilmente di colore arancione con inserti azzurri e lacci fosforescenti rigorosamente autoallaccianti, il pantalone è ovviamente una combinazione di vari tessuti e di diverso colore a seconda della parte che devono coprire, proteggere, scaldare, rinfrescare, evidenziare o mimetizzare. Le magliette sono ultratecniche, doppi rinforzi, triple cuciture, traspiranti oppure antitraspiranti a seconda dell’ora e dell’occasione sociale e più sponsorizzate di un pilota di rally. Gli zaini sono degni di una spedizione antartica e va da sé che un appassionato di trekking non si permetterebbe nemmeno di andare al bagno e menchemeno oserebbe farsi vedere in giro senza il suo zaino modello esplorazioni stellari. I più evoluti ( sempre si fa per dire…) sono quelli che camminano con le racchette, ok… si chiama camminata nordica e dicono che fa bene, ma forte di una lunga e proficua esperienza diretta personale posso affermare che per raggiungere il bar dell’albergo o quello trendy della piazzetta le racchette da sci per camminare servono proprio una sega anzi, nel rientro leggermente barcollante che segue sempre l’happy hour possono rivelarsi fin pericolose! Chiusa comunque la questione “trekking” chiudiamo anche la giornata con una buona cena di pesce e una solenne dormita, domani si riparte. La prima parte della mattinata è dedicata alla visita della grotta del milodonte, un grande antro naturale che si raggiunge dopo una decina di km di strada sterrata, la cronaca scientifica del secolo scorso ci racconta che vi furono ritrovati alcuni resti mummificati di un animale preistorico non ben definito, il ritrovamento diede inizio ad una sequela di spedizioni e di studi di vari personaggi che con convinzioni diverse riferirono al mondo scientifico e cercarono di ricostruire la bestia originaria. Quello che interessa a noi invece è che un frammento di pelle di quell’animale finì sul caminetto della zia di Bruce Chatwin, potete anche non conoscere la zia di Chatwin ma dovete sapere almeno che Chatwin fu uno dei più grandi viaggiatori della prima metà del novecento, che scrisse dei suoi viaggi ed in particolari in uno dei suoi libri sulla Patagonia ci racconta come fu proprio quel frammento di pelle che trovava sul caminetto della zia a stimolare il suo immaginario di bambino ed a lanciarlo poi nell’olimpo dei viaggiatori e degli scrittori, alla fine è andata che ho letto quello che ha scritto che a sua volta ha non ha lasciato indifferente il mio immaginario forse non tanto di bambino ma comunque di appassionato di mondo e, per dirla in due parole, eccoci qui! Non è quindi solo una visita ma piuttosto una sorta di omaggio dovuto a chi, sebbene molto indirettamente, ha propiziato tutto questo. A parte comunque la riproduzione piuttosto discutibile del Milodonte l’atmosfera della grotta risulta interessante almeno quanto la ricostruzione della sua formazione causata dall’erosione degli strati sottostanti alla montagna da parte dell’acqua. Arrivano in qualche modo le 11.30, è tempo di rimontare in sella per raggiungere Punta Arenas, antico porto cileno affacciato sulle rive dello stretto di Magellano. Stasera si dorme di fronte alla Terra del Fuoco, mica balle! Lasciando l’oceano alle spalle la strada si infila in mezzo alle colline alle spalle di Puerto Natales e con qualche saliscendi si perde nel nulla della solita pampa. Per i primi settanta km non succede assolutamente nulla, al settantesimo km succede tutto, anzi, succede esattamente quella cosa alla quale non ho mai voluto pensare ma che purtroppo può succedere durante un viaggio del genere: da un momento all’altro la moto si spegne! Il motore smette di spingere, il rumore dello scarico si fa cupo e la moto rallenta di colpo, ancora un paio di colpi sull’abbrivio giusto per dare l’illusione di una ripresa finché il verdetto arriva nella sua definitiva crudezza. Non riesco a crederci, adesso… dopo trentatremila km…ad uno sputo dall’arrivo…la madre di tutte le beffe… Accosto sulla destra avvolto da una tempesta elettromagnetica globale, tutti gli dei di tutte le religioni conosciute vengono coinvolti, per non fare ingiustizie, e anche perché non si sa mai…, decido di chiamare in causa anche gli esponenti eventuali delle religioni non ancora registrate mentre scannerizzo mentalmente la moto per cercare di capire cosa possa essere successo. Scendo, metto la moto sul cavalletto e comincio a controllare i contatti, i morsetti della batteria, un pezzo per volta scarico i bagagli, poi la sella, poi il serbatoio, controllo tutti i cavi ma tutto sembra a posto, la batteria è scarica, lo strumento che la controlla segna circa 8 volt contro i 13 di ordinanza, probabilmente l’alternatore non caricava e lungo la strada il fanale acceso e la bobina con l’accensione l’hanno prosciugata. Non c’è molto da fare quindi con calma ricompongo la moto, rimonto serbatoio, sella e bagagli, sulla corsia opposta passano incrociando una ventina di motociclette, qualcuno saluta ma nessuno si ferma, io continuo a sistemare le cose, poi vedremo come muoverci. Di provare a mettere in moto con il motorino di avviamento con la batteria in queste condizioni non se ne parla, scaricare i bagagli e mettere in moto a spinta da solo menchemeno, oltretutto se non c’è batteria non c’è nemmeno corrente per le candele quindi sarebbe fatica inutile. Le moto sono state fino ad ora l’unico segno di vita, passa un pick up e lo fermo, spiego la questione ma sono turisti tedeschi con una macchina a noleggio quindi non hanno nemmeno dimestichezza con la zona, hanno un cellulare ma come detto siamo in mezzo al nulla e non c‘è segnale fino alle città, Puerto Natales 70 km alle spalle, Punta Arenas 130 km di fronte, in mezzo forse qualche fattoria nascosta. Lascio ripartire il pick up per aspettare qualcun altro e comincio a riflettere, rimanendo ferma forse la batteria si è ricaricata almeno un po’ e comincio a pensare di provarci con la leva di accensione. Fino a quel momento non avevo nemmeno preso in considerazione la cosa, nell’anno e mezzo di preparazione della moto avevo deciso di dotarla di questa opzione che pochi modelli in origine possedevano, dalla Germania avevo recuperato un cambio che ne era dotato e dopo averlo revisionato l’avevo montato, il punto della faccenda però è che nonostante molteplici tentativi in svariate condizioni mai, e sottolineo mai, ero riuscito a mettere in moto la motoretta con la leva, troppa compressione nei pistoni, troppo poco slancio con la leva, una posizione della stessa tutt’altro che ergonomica e quindi nulla da fare. Ma la situazione è decisamente quella perfetta per un tentativo: siamo in mezzo al nulla che più nulla non si può e in compagnia di nessuno, se anche passasse qualcuno prima che gli spieghi la situazione, prima che raggiunga un posto abitato, prima che recuperi un elettrauto oppure un meccanico con carrello, prima che il suddetto elettrauto o meccanico con carrello parta e mi raggiunga…come disse il poeta: si fa sera! E quindi ci provo! Giro la chiave, spengo i fari, controllo che tutto quello che deve essere in ordine sia in ordine, salgo con il piede sinistro sulla pedana sinistra e senza scavalcare la moto appoggio il piede destro sulla leva, spingo fino a trovare il punto morto superiore, fatevi spiegare da un amico preparato cosa vuol dire perché adesso non posso farlo che mi crolla la suspense…, supero dunque con la leva il punto morto superiore e spingo…niente! Ricontrollo tutto, ri-ricerco il punto morto superiore, lo ripasso, rispingo…ri-niente! Lo sapevo, ma nella vita nelle cose bisogna crederci fino in fondo, se quella leva ce la hanno messa vuol dire che un motivo c’era, e se qualcuno ci riusciva a metterla in moto vuol dire che in qualche maniera posso farcela anche io, quindi ri-ri-provo, tutto è in ordine, chiave girata, folle, un filo di gas, carico la leva, si abbassa…un rumore di gattino che fa le fusa comincia a uscire dal tubo di scarico…non ci posso credere…è in moto!!! Una parte di me comincia a fare le capriole in mezzo alla strada ( tanto non passa nessuno) mentre l’altra parte dà una bella accelerata, il motore va su di giri, la spia dell’alternatore si spegne quindi vuol dire che l’alternatore sta caricando, forse…, sullo strumento il voltaggio sta salendo quindi quel forse possiamo toglierlo, con una mano sull’acceleratore per tenere il motore su di giri finisco di vestirmi, col cuore in gola rimonto in sella, scendo dal cavalletto e riparto, ma per dove? Continuare per Punta Arenas a 130 km oppure tornare a Puerto Natales, solo 70 km? Preferisco non fidarmi, decido di ritornare, se succede di nuovo mi sa che da solo non ne vengo più fuori quindi mi preferisco avvicinare alla città. I settanta km sono con un occhio alla strada e uno al voltmetro. Pian piano la batteria si sta ricaricando, sembra che tutto vada bene, rientro in città, recupero un paio di officine ma sono ancora chiuse per la pausa pranzo, finalmente nella terza trovo qualcuno, spiego il tutto, si controlla alternatore e batteria, il responso è che tutto sembra a posto e quindi si può ripartire, mi faccio lasciare il numero di telefono e l’accordo è che se succede di nuovo nonostante le rassicurazioni e i controlli io lo chiamo e lui mi viene a recuperare. Con il solito occhio alla strada e l’altro agli strumenti riparto, in meno di tre ore raggiungo Punta Arenas, durante gli ultimi km comincia anche a piovigginare, mi faccio spiegare dove si trova la sede della compagnia dei traghetti che passano lo stretto, la raggiungo sotto un acquazzone, l’unico traghetto che parte domani naturalmente è pieno, insisto, l’impiegato dell’ufficio telefona al responsabile del carico, per un passeggero ed una moto il posto probabilmente si trova, faccio il biglietto e vado a cercare un paio di tramezzini, sono le sei di sera e dalla colazione in poi mi sono dimenticato di mangiare, ma adesso è tempo di cercare un albergo. Domani potrebbe essere un gran giorno.
lunedì 21 gennaio 2013
La mattina successiva le cose vanno piuttosto a rilento,
Pablo deve cambiare l’olio alla moto e possibilmente anche la gomma posteriore
che è ormai a pezzi, Lucho ha un paio di commissioni sconosciute poi deve
sistemare la catena che quasi striscia per terra, io vado a fare due passi
verso il centro a caccia di una farmacia che spacci una qualche miracolosa
pomata australe che riesca a farmi passare le afte, mangiare e bere sono la
solita tortura e viaggio con un bottiglione di collutorio in tasca per tentare
di rinfrescare la bocca e cercare di alleviare il fastidio. Lucho mi ha passato
una crema che si porta dietro e che secondo lui è l’unica che ti fa passare
tutto calvizie compresa ma non sono molto convinto, la farmacista scandalizzata
mi comunica che trattasi di pomata per uso esterno e serve per far passare le
piaghe ai lattanti ma con le afte non ci azzecca proprio quindi me ne rifila
un’altra e a spanne credo sia la quarta che provo. Con le afte purtroppo non
finiscono gli acciacchi, cominciano a vedersi dei piccoli sfoghi sotto i
polpastrelli delle dita grandi come capocchie di spillo, l’effetto, poco
entusiasmante, è che ogni volta tocchi qualcosa ho la sensazione di appoggiarmi
ad un porcospino, la spalla destra, l’unica parte del corpo che non riesco a
sgranchire mentre guido, è anestetizzata da settimane inoltre da qualche giorno
mi si è scaricata addosso una certa spossatezza generale, insomma…quasi quel
che si dice “ uno straccio d’uomo”, ci vorrebbe decisamente qualche giorno di
riposo ma si sta cominciando a sentire il profumo della fine del mondo e non è
il momento di stare lì a cincischiare. A fine mattinata ci ritroviamo tutti
all’ostello, i programmi cambiano come le nuvole nel cielo della terra che ci
ospita. Pablo ha pochi giorni per fare qualche migliaio di km e arrivare a
Brasilia prima che finiscano le sue ferie e ha anche un paio di indirizzi che ha
estorto a qualche fanciulla conosciuta sulla strada con la promessa di un
appuntamento volante ma il gruppo ormai è lanciato e se gli amici vanno ad
Ushuaia si va a Ushuaia con gli amici. Lucho vorrebbe fare tutta una tirata
sulla via più breve rimanendo in Argentina fino a Rio Gallego, passare in Cile,
traghettare sullo Stretto di Magellano, attraversare
la Terra del Fuoco e arrivare ad Ushuaia, io preferirei tornare verso ovest,
rientrare prima in Cile, arrivare di nuovo sul Pacifico e scendere più lentamente,
ma prima di decidere aspetto le mosse degli altri. Pablo ha cambiato l’olio ma
la gomma è introvabile, forse a Rio Gallego, Lucho ha sistemato la catena e
quindi può scattare l’escursione pomeridiana al Ghiacciaio Perito Moreno.
Arriviamo all’entrata del Parco Nazionale Los Glaciares e scopriamo che i
prezzi degli ingressi sono differenziati, gli argentini pagano una cifra quasi
simbolica, Pablo che essendo brasiliano fa parte del Mercosur, una specie di
comunità economica sudamericana, poco di più mentre io che arrivo da
oltreoceano e mi sono sbobbato qualche decina di migliaia di km pago il triplo
di Lucho. La polemica con il guardiano è inevitabile e la sua convinzione nel
sostenere le inesistenti ragioni della cosa la rendono anche piuttosto ruvida
ma altrettanto inutile, lo spettacolo del ghiacciaio in compenso è maestoso, un
promontorio di terra che lo fronteggia diventa un osservatorio naturale
privilegiato di un fiume di ghiaccio che per decine di km, praticamente tutti a
vista, scende sinuoso dalle cime delle Ande e con un fronte alto un centinaio
di metri e largo cinque km finisce la sua storia millenaria gettandosi nelle
torbide acque del Lago Argentino. Passa il pomeriggio e la serata si chiude
all’ostello con Lucho che prepara per tutti un piatto di tortelloni con un sugo
al pomodoro mescolato ad una non ben identificata “crema”. Il colore è fuori
gamma e improbabile al tempo stesso, il gusto assolutamente sconosciuto ma la
fame li rende commestibili. I programmi si vanno delineando, Pablo, con grande
rammarico deve rinunciare ad Ushuaia per correre a casa a risolvere qualche
problema con un paio di ex mogli, pare che in particolare la prima, che guarda
caso è risposata con un avvocato, stia accampando serie richieste di alimenti
che Pablo preferirebbe invece investire in una nuova moto. Lucho insiste sulla
via breve e veloce e decide di partire la mattina presto mentre io decido di
lasciarlo andare da solo per ritrovarsi probabilmente a Ushuaia. Dormiamo tutti
nella stessa camerata, al mattino, quando mi alzo, Lucho si sta ancora
rivoltando nel letto, la voce è più simile al rantolo di un moribondo che a quella
di un motociclista che dovrebbe fare un migliaio di km ma riesce a spiegarmi
che nella notte ha deciso di fermarsi ancora un giorno, io faccio colazione,
trovo Pablo che al solito sta importunando una delle cameriere e ci salutiamo
come conviene, dopo due giorni di compagnia sono di nuovo solo, un po’ di
nostalgia ma va bene così, ritrovo i miei ritmi, i miei programmi, i miei pensieri.
In pochi km ritrovo ancora la pampa ma la strada sale impercettibilmente e
comincia qualche timida curva che la infila in qualche fondovalle, le Ande si
stanno abbassando prima di andare a tuffarsi nell’Oceano Pacifico e diventare
quella corona di isole che finiscono con Cabo de Hornos, il micidiale
spartiacque che segna il confine fra l’Atlantico dal Pacifico. Attraverso El
Turbio, quattro baracche che vivono in funzione di una immensa miniera di
carbone e di una centrale termoelettrica. Raggiungo il confine e in meno di
mezzora sbrigo le pratiche e rientro in Cile, scollino e mi riaffaccio sul
Pacifico, Puerto Natales, case basse di legno e lamiera dai cento colori sono srotolate
sulla sponda di una lunga baia protetta da un’isola che sembra una montagna.
Sullo sfondo i ghiacciai di altre isole spiccano sul blu cupo del mare,
ghiaccio e mare, un’accoppiata piuttosto insolita…e siamo in piena estate!
Altri 350 km comunque sono nello zaino, la fine del mondo è vicina ma non lo
dicono i Maya, lo dice la cartina che ho davanti agli occhi!
martedì 20 novembre 2012
La giornata si presume impegnativa quindi la sveglia è,
compatibilmente con la situazione, piuttosto presto. Con un paio di dollari
supplementari arriva anche una specie di colazione, si carica la moto, Pablo
ricompone e fissa con un’interminabile serie di elastici il suo condominio di
bagagli, accomoda le terga sul tappetino di pelo di pecora che riveste la sella
e via per la prima tappa che sarebbe il distributore dove ci siamo incontrati
la sera prima. Un paio di centinaia di metri e siamo già fermi, Pablo deve
rabboccare, nel piazzale, che ovviamente è tutt’uno con il resto del paesaggio
, spicca la presenza di una terza motoretta, in breve appare anche il suo
guidatore, ci si presenta, …Luciano di Rosario, Argentina, dove vai? … a El Calafate, guarda un
po’…anche noi, quindi si va insieme? …ovvio! Si parte e stavolta sul serio, un
po’ di asfalto, un po’ di sterrato, un altro po’ di asfalto e un altro po’ di
sterrato e si arriva a Gobernador Gregores, che, escludendo le altre mille
soste per bere, svuotare, mettersi la felpa più grossa, togliersi la felpa più
grossa, sgranchirsi le gambe, fare una foto, fare un video, fare un'altra foto,
ecc.ecc.ecc…. sarebbe la prima tappa. Per
la verità ci sarebbe stata una deviazione che avrebbe leggermente accorciato di
qualche decina di km il percorso per raggiungere Tres Lagos ma c’è sempre
l’incognita benzina, Pablo nonostante la tanica che si porta dietro non ci sarebbe
arrivato, io ci sarei arrivato ma quasi a secco con il rischio di non poter
continuare se avessi trovato il distributore esaurito, Lucho ( che ovviamente
si legge Lucio ) teoricamente avrebbe voluto tagliare e arrivare direttamente a
Tres Lagos ma, vuoi che forse si trovava bene in compagnia, vuoi che a tutti è
sfuggito il bivio, il gruppo alla fine rimane unito. Al distributore troviamo
un altro brasiliano di Minas Gerais che sta risalendo da solo, ci aspettano 170
km filati di sterrato che definisce “ muy
feo”, letteralmente starebbe per molto cattivo, ora uno sterrato diventa
molto cattivo quando è molto insidioso, infatti dei due occasionali compagni di
strada del brasiliano uno si è piantato
ed è atterrato di faccia sulla ghiaia sbriciolando la visiera del casco e forse
anche un po’ del rivestimento del viso, paura e disagi conseguenti sono stati
superati ma stanno procedendo piano e il tipo li ha scaricati. Si fa il pieno a
serbatoi e taniche e allo stomaco con qualche improbabile cibo fornito dalla
striminzita cucina del distributore poi si parte per il gran balzo. Dopo poche
decine di km incrociamo i due che procedono con evidente cautela quasi a passo
d’uomo e senza l’aria di divertirsi troppo…Di fianco corre la strada nuova e
quando si incrocia con la vecchia aumentano i fastidi. Come già notato ieri il
fondo del vecchio tracciato è costellato di buche e sassi ma almeno è duro e
battuto da anni di passaggi e si riesce
a viaggiare quasi comodamente intorno ai 70/80 kmh ma quando per questioni
varie di orografia i lavori devono spostarsi proprio sulla vecchia strada i
caterpillar hanno spianato a parte un nuovo tracciato provvisorio dove viene
incanalato il traffico (quelle venti o trenta macchine al giorno nelle date di
bollino rosso…) e dove ovviamente il fondo, a volte di ghiaia, a volte di
sabbia, diventa morbido, la moto tende ad affondare e quindi scatta
l’insidia…Il nastro di asfalto nuovo di zecca o di terra tirata come un
biliardo che ci scorre spesso a fianco continua a ingolosirci e senza pensarci
un attimo di più cediamo alla tentazione, passare dal vecchio al nuovo percorso
e viceversa diventa quasi un gioco. Per entrare o uscire si devono individuare
i punti dove i mucchi di terra o di sabbia che vengono appositamente lasciati
per chiudere i varchi sono maggiormente vulnerabili, ma alle moto bastano poche
decine di centimetri per il passaggio e nonostante il carico anche una
montagnetta di mezzo metro non è un problema pur di riuscire a fare magari
qualche km senza doversi concentrare su ogni metro che la ruota anteriore deve
affrontare. Secondo una consecutio dei lavori che evidentemente non è
esclusivamente nostrana prima si stende l’asfalto poi ci si ricorda che mancano
le gallerie di scolo che vanno da una parte all’altra della strada ed ecco che
trasversalmente si taglia l’asfalto, si apre una trincea di un paio di metri di
profondità, si passano le tubazioni e poi si ricopre tutto. Le spaccature si
susseguono quasi con regolarità ogni due o tre km il che vuol dire che si deve
innanzitutto cercare di non cadere nelle trincee perché ci si farebbe malissimo
e quindi per evitare le trincee quando va bene si aggirano seguendo i percorsi
dei camion del cantiere ma quando va
male si fa dietro front fino a dove si
può rientrare sulla strada vecchia, superare l’ostacolo e cercare di rientrare al
primo varco possibile. Di tanto in tanto incrociamo qualche operaio che invece
di coprirci di insulti per aver ignorato i divieti ci saluta calorosamente e
anzi ci ferma per darci consigli su dove e come possiamo meglio sfruttare
l’alternativa. Finiscono i 170 km e arriviamo a Tres Lagos, finiscono i
cantieri e gli sterrati e ricomincia l’asfalto ma anche il giorno sta finendo,
lentamente come si conviene a queste latitudini ma sta finendo. Il sole lascia ancora
qualche barlume di luce ma il suo calore è decisamente un ricordo, anzi, dopo
una mezzora arriviamo sulle sponde del lago Viedma, sulla sponda opposta, ad
una settantina di km di distanza, incombono le cime della Cordigliera, vette di
cinquebarraseimila metri fra le quali spicca il profilo del leggendario Fitz
Roy e da dove soffia un vento gelido che ci arriva addosso neanche fossimo
vicino all’Antartide, che per inciso non è più distante di un paio di migliaia
di km in linea d’aria da dove ci troviamo! Perdiamo Lucho che si è fermato per
buttarsi addosso un paio di maglie in più, ci mette una ventina di minuti poi ci
raggiunge, durante le ultime decine di km passiamo dal tramonto al buio totale
fino a quando finalmente arriviamo a El Calafate. Non credo che la temperatura
superi i dieci gradi. Ci aspetta un ostello, una memorabile carne alla griglia
nel migliore ristorante della città, più che altro nell’ultimo ristorante
ancora aperto…e una bottiglia di vino rosso argentino, per chiudere la giornata
non trovo miglior commento delle parole di Pablo al primo brindisi: “ Hoy fuè
un dia!” Non credo ci sia bisogno di traduzione..
martedì 6 novembre 2012
Un giorno di sosta a Bariloche poi si riparte , lascio
l’alberghetto vicino al lago che fa da fondovalle alla cittadina ma per fare
benzina sono costretto a ripassare per il centro, ci sarebbe la strada nuova
per l’aeroporto che la taglia fuori ma
non ci sono distributori e pare che i rifornimenti da qui in avanti non saranno
così scontati. I centri abitati sono piuttosto rarefatti, tipo che fra un
villaggio e l’altro ci passano anche dai cento ai duecento km e non è nemmeno
detto che in ogni villaggio ci sia una pompa e visto che è tempo di vacanza e
in tempo di vacanza la gente si muove parecchio può capitare benissimo che la
pompa sia pure a secco il che vuol dire aspettare il camion dei rifornimenti
anche fino al giorno dopo. Regola uno dunque da ora in poi fare il pieno ogni
volta che se ne presenta l’occasione. Passo dunque per il centro , faccio il
pieno e finalmente riparto, in un modo o nell’altro attraverso la città,
seguendo le indicazioni piuttosto
controverse di un paio di passanti mi ritrovo in periferia, le ultime case si
diradano e lasciano posto agli abeti, anche l’asfalto si dirada e lascia il posto
al primo sterrato, così…tanto per cominciare a divertirsi, di indicazioni
stradali non se ne parla, blocco un camioncino che arriva da una laterale e
chiedo conferma per il sud, non serve altro parchè se riesco ad uscire da
Bariloche poi c’è una strada sola quindi non c’è problema. Lo sterrato dura
meno di una decina di km fino a quando rientro sulla strada principale, per un
centinaio di km si viaggia alle pendici delle montagne, passo da una valle
all’altra accompagnato da foreste di abeti, laghi e prati verdi, qualche
campeggio e piccoli villaggi turistici giustificano quel po’ di traffico che si
incontra di tanto in tanto e quel po’ di biciclette che si incrociano. La
strada scende dalle montagne quindi niente più laghi, abeti e verde intenso ma
di nuovo terra arida, erba secca e giallastra e soprattutto la noia mortale del
paesaggio della pampa. Arrivo a Gobernador Costa, mi chiedo cosa abbia fatto di
speciale il Sig. Gobernador Costa per farsi intestare un villaggio tanto
insignificante e mi rispondo che probabilmente ci è solo nato e cresce immediata l’ammirazione per essere riuscito a
diventar governatore nascendo in un posto del genere. Siamo in mezzo al solito
nulla e va da se’ che la strada principale è dritta come un fusetto, per meno
di un km parallelamente allo stradone ci sono altre due vie che probabilmente
vedranno l’asfalto non prima di un paio di secoli e sono collegate alla
principale da un paio di bretelline in altrettanto stato polveroso. Un primo
alberghetto è esaurito ma ci sono alternative, la prima mi spara un bel 35
dollari che, sempre secondo le mie personalissime stime, è una truffa,
attraverso la strada e un’insegna promette camere e alloggi, sotto l’insegna
una grande vetrina lascia intravedere, attraverso vari strati di polvere, un
bar ma la porta è sbarrata, il bar comunica con un piccolo bazar ma anche
quello è decisamente chiuso. Non mi arrendo, giro l’angolo e provo il retro,
bussa qua…bussa là, lancia una voce e un colpo di tosse finalmente emerge una
signora, la stanza c’è, una tettoia nel cortile per la moto anche, il bagno è
in comune con le altre stanze ma pare non ci siano altri ospiti e comunque non
è un problema, la stanza certo non ricorda quella di uno Sheraton, anzi per la verità non
ricorda nemmeno quella di un qualsiasi albergo degno di tale nome ma costa
circa 11 dollari quindi va benissimo, forse c’è anche il wi fi, bisogna
connettersi con quello del vicino di casa e non sempre funziona ma di solito
si…, basta aver fiducia! Per cena non ci sono grandi alternative, un vecchio
baretto anni sessanta con una maestosa griglia che occupa una parete intera, un
lungo bancone in legno e acciaio e otto tavolini in laminato e sottili zampette
cromate con quasi tutte le sedie in abbinamento riempiono la sala, le afte non danno
tregua e mangiare è una tortura ma la carne è una meraviglia quindi cerco di
non pensarci. Quando sto per finire salta la luce in tutto il villaggio e
rimaniamo al buio, il sole è tramontato da un pezzo e l’oscurità è quasi
completa ma nessuno ci fa caso, un “oooh “ quasi impercettibile poi le
conversazioni ai tavoli riprendono come nulla fosse successo, il tempo passa e
la situazione non cambia, le ragazze servono ai tavoli facendosi luce con i
telefonini, dopo parecchi minuti il
vecchio alla griglia si rassegna e sacrifica una, dico una!!!, candela che
accende e appoggia sul bancone per tutti, finisco la mia cena e sempre alla
luce del display di un cellulare pago il conto e raggiungo la mia sontuosa locanda
dove non rimane molto altro da fare se non buttarsi in branda e aspettare,
possibilmente dormendo, il giorno dopo. L’esperimento riesce , prima di
rimettermi in strada faccio colazione al distributore e riparto, la giornata è
serena, il cielo è di un azzurro intenso con qualche batuffolo bianco appeso
qua e là, i primi duecento km sono di asfalto fino a quando lascia il posto al
il mitico “ ripio” ovvero quello che tecnicamente da noi si chiama “macadam”
oppure volgarmente ”sterrato”, in due parole sassi e polvere! Anzi…facciamo tre
parole, sassi, polvere e buche! La strada è larga, due corsie comode in realtà
sono quattro canali di terra ben battuta che le ruote delle macchine
ripuliscono dai sassi che invece si accumulano
ai lati, le ruote della moto corrono abbastanza sicure dentro il canale
largo una trentina di cm. ma di tanto in tanto il canale si sporca di pietrisco
o buche o altro e bisogna uscire affrontando il morbido strato di ghiaia di
riporto alto anche cinque dieci cm , normalmente il fondo è abbastanza liscio
ma quando la strada è in pendenza le ruote delle macchine saltellano e creano
delle scanalature trasversali abbastanza profonde da costringerti ad alzarti in
piedi sulle pedane per aumentare il peso sulla ruota anteriore e rendere la
moto più guidabile. La guida non è particolarmente difficile ma è molto
impegnativa sul piano della tensione che è forte e non ti permette di
rilassarti per più di qualche centinaio di metri. Di tanto in tanto alla strada
vecchia si affianca quella nuova oppure la nuova prende il posto della vecchia ma
quando la nuova, cioè praticamente quasi sempre, non è ancora ufficialmente aperta,
il traffico, si fa per dire visto che incontro
qualcuno mediamente ogni 30 km…., passa su una pista nuova che i
caterpillar hanno spianato a fianco. A seconda delle condizioni sulla strada
vecchia si riesce a viaggiare fra i quaranta e i settantacinque kmh ma il fondo
della pista nuova non è stato testato dalle migliaio di carri e macchine che lo
hanno calpestato per decenni battendolo
e indurendolo e quindi è sabbioso e morbido, la moto comincia a scodinzolare e
il manubrio vibra fra le mani, la tensione sale e non si deve cedere alla
tentazione di rallentare troppo cercando al contrario di far galleggiare la
moto sopra il terreno morbido. Spesso la strada nuova si presenta come un
invitante nastro di terra battuta tirato come un biliardo e a volte è ricoperto
da un ancora più invitante fondo di asfalto ancora vergine. Ia prima razione di
ripio dura circa 45 km poi, sarà l’invitante…, sarà il concetto di vergine ma non
resisto oltre e quindi superando gagliardamente i cumuli di terra che chiudono
gli accessi mi butto sulla strada nuova, a volte va bene e riesco a percorrere
tranquillo una decina di km ma altre volte mi ritrovo alla fine del cantiere
affacciato su qualche trincea profonda un paio di metri e nessuna maniera di
rientrare sul vecchio percorso, tocca fare inversione, si ripercorre un po’ di
strada a ritroso fino a quando, in un modo o nell’altro, si trova il sistema di
ritornare sulla strada vecchia e fino a quando un altro invitante nastro di
asfalto più o meno vergine ti attira di nuovo. Dopo 390 km di questa storia
verso le cinque del pomeriggio arrivo a
Bajo Caracoles, dalla strada principale parte un nastro di polvere che entra in
mezzo ad una decina di baracche di legno ordinatamente sparse in mezzo ad
altrettanta polvere. Una baracca esibisce un’insegna di ostello ma la porta di
ingresso esibisce anche un bel cartello con scritto chiuso. Ad un’altra baracca
è collegata una pompa di benzina, mentre faccio il pieno chiedo al ragazzotto
com’è la situazione per la notte considerato che l’ostello è chiuso. Il fatto
che l’ostello sia chiuso suona molto strano al ragazzotto ma mi dice che anche
loro del distributore affittano camere,
non sa bene il prezzo ma dovrebbe essere intorno ai 40barra60 dollari,
signorilmente riduco i commenti al minimo e lo prego di informarsi meglio con i
titolari, la versione definitiva è addirittura settanta dollari quindi piuttosto
che sborsare quel capitale mi monto la tenda nel fosso della strada, in quello
arriva Pablo da Brasilia che viaggia su una piccola Honda rossa carica come un
mulo di zaini, bisacce e taniche. Fra uomini di strada ci intendiamo al volo e
partiamo all’attacco della porta chiusa dell’ostello, dopo qualche insistenza
la porta si apre e concordiamo una doppia a venti dollari a testa, questo si
che è parlare! Venti minuti nemmeno sapevamo che esistevamo reciprocamente e
adesso dividiamo la stessa stanza, lo stesso bagno, la stessa doccia, …ma
ovviamente non lo stesso letto…! Così è la strada! L’ostello offre anche pizza
e bistecca impanata con purè di ( polvere di) patate. Sarò anche prevenuto ma
quattro baracche sommerse dalla polvere in mezzo alla Patagonia non mi sembrano
la location più adatta per una pizza, nemmeno per una bistecca alla milanese
probabilmente ma Argentina vuol dire carne e quindi la scelta è d’obbligo e per
sapere com’era quella bistecca andate a farvi un giro verso la fine del mondo,
da me non lo saprete mai…J
giovedì 4 ottobre 2012
Da Mendoza a S. Carlos de Bariloche ci sono circa 1300 km,
con una tappa intermedia dovrei farcela in un paio di giorni, piccola sosta e
poi vediamo…, i ragazzi della corte del
saldatore di marmitte sconsigliano per il momento la Ruta 40, con una leggera
deviazione posso rimandare l’appuntamento con la polvere. Per un paio di
centinaia di km si passa da un’azienda agricola all’altra, grandi case
coloniche in stile, cantine ultramoderne, cisterne in acciaio inossidabile, foresterie
che sembrano design hotel, ogni tanto il
villaggio di riferimento e in mezzo filari interminabili di vigne, da un km
all’altro finisce tutto e comincia la pampa, avrà sicuramente il suo fascino ma
da subito si presenta come una dei paesaggi più noiosi che abbia mai visto,
qualche arbusto, qualche cespuglio, poca erba giallastra su un terreno quasi
sabbioso e grigio, le Ande sono una lontana linea morbidamente frastagliata che
separa il grigio dall’ azzurro del cielo. A parte alcune leggere ondulazioni
del terreno che non superano un paio di decine di metri tutto il resto è definitivamente
piatto! Tardo pomeriggio, mancano un centinaio di km per 25 de Mayo, da un bel
po’ viaggio nel bel mezzo del niente, una moto ferma sul ciglio della strada
con una faccia decisamente sconsolata appoggiata sopra mi risvegliano dal
torpore della noia, ci metto qualche istante a realizzare poi freno, faccio
inversione e la faccia ha un nome e parla, è Juan di Neuquen che sta andando a
Nord ad un incontro di motociclisti ma ha forato l’anteriore. È fermo da almeno
un ora e delle quattro macchine che sono passate nessuna ha accennato a
fermarsi, ha un cellulare ma siamo a circa cento km dal primo centro abitato e
non c’è copertura. Gli offro la mia bomboletta ripara-gomme che dovrebbe
funzionare anche con le camere d’aria ma non la vuole, probabilmente la camera
d’aria è troppo malandata e non funzionerebbe. Mi lascia il numero di Marcelo,
appena trovo un telefono lo devo chiamare, dargli la posizione di Juan e mandarlo là con camera d’aria, leve
smontagomme e pompa, gli offro un po’ di biscotti ma non li vuole, accetta
invece la bottiglia di acqua che ho con me. Facciamo insieme un due conti e a
spanne che arrivi ad un telefono, chiami Marcelo, che Marcelo si organizzi e
arrivi da Juan ci vorranno almeno tre ore ma Juan è sereno e comunque ha tenda
e sacco a pelo quindi anche se, come si dice, è praticamente in mezzo ad una
strada, un tetto…o qualcosa del genere… c’è! In un ora arrivo circa a Cruce del
Deserto, di nome e di fatto, due rette
che si incrociano, niente a destra, niente a sinistra, niente su, niente
giù, a lato della strada solo un albergo con ristorante ma il tutto è
decisamente sproporzionato visti i paraggi, anche il prezzo è sproporzionato,
75 dollari sono esattamente una rapina e non manco di farlo presente, la
titolare mi propone un arrotondamento ma ugualmente non ci siamo ancora e
comunque c’è da salvare Juan. Spiego la situazione all’ometto della reception
che telefona a Marcelo. Marcelo non risponde. Richiama e Marcelo risponde, si
fa per dire perché l’ometto gli spiega come sta la questione ma dalla faccia
non sembra troppo convinto di quello che sta facendo. Mette giù e mi conferma
l’impressione ma non riesco a capire cosa stia succedendo. Chiedo di parlarci, prego
di richiamare e di nuovo Marcelo risponde, la voce sembra totalmente dissociata
da chi sta parlando, le risposte arrivano sempre qualche istante in ritardo
rispetto a quando dovrebbero segno che nonostante la facilità apparente della
risposta necessitano sempre di un momento di riflessione; sei Marcelo?... Si… Sei l’amico di Juan che è
partito stamattina in moto?... Si… Hai presente chi è Juan?... … Si… Hai capito
dove ti sta aspettando?...Si…Hai capito che ha bisogno che tu vada a
recuperarlo con camera d’aria, leve smontagomme e pompa?...Si. Mi arrendo, o
meglio spero che Marcelo, che probabilmente ha appena testato tutto il nuovo
campionario di stupefacenti che gli hanno recapitato abbia uno sprazzo di
lucidità e si renda almeno conto in quale galassia si trovi e vada a recuperare
Juan. Rendo la cornetta all’ometto della concierge, lo sguardo di intesa che ci
scambiamo è eloquente, combatto con un leggero senso di colpa, forse non dovrei
fidarmi ma è quasi buio, sono praticamente in mezzo al deserto e più che
tornare da Juan con una birra tiepida e una bistecca fredda non potrei fare e
se Marcelo torna in sé lo salva lui, se non torna in sé Juan è giovane e
sufficientemente in carne da non morire di fame anche se salta una cena,
domattina fermerà qualcun altro e alla peggio arriverà al raduno un giorno in
ritardo. Mi metto l’animo in pace. Torniamo alla trattativa. Nonostante
l’arrotondamento il prezzo della camera rimane improponibile, a una decina di
km c’è il villaggio e forse si combina qualcos’altro. Per arrivarci si deve
uscire dallo stradone principale, al bivio ci sono due specie di motel ma sono
esauriti, la faccenda si complica, entrando nel villaggio trovo l’ultimo motel,
la camera c’è e costa 45 dollari che per
essere in un posto di merda in mezzo al nulla è ancora una follia ma stavolta
non possiamo più fare gli schizzinosi e accetto. Per la cena entro nel
villaggio che offre una specie di panineria e un baretto che serve pizza e
pollo arrosto. Con le infiammazioni che continuano a massacrarmi la bocca la
pizza sarebbe l’ennesima tortura per cui vado di pollo arrosto, dopo quasi
un’ora e almeno tre birrette per aiutare a dimenticare il contesto arriva una
mattonella di carne troppo bianca e troppo stopposa che sembra di masticare
gesso da presa ma le tre birrette hanno fatto il loro dovere e una quarta
completa l’opera. Considerato tutto il contesto comincio a capire anche
Marcelo. La colazione è in linea con lo squallore di tutto il resto, una tazza
di thè, una fetta di qualcosa che potrebbe ricordare del pane e una
mattonellina di marmellata insipida, per un bicchiere di liquido color
aranciata si deve pagare una differenza…la truffa dei 45 dollari comincia a
irritarmi sempre di più, una misera camera,
niente parcheggio e la moto rimane parcheggiata in mezzo alla strada, uno
straccio di connessione internet non è nemmeno prevista, sulla colazione mi
sono espresso, quando chiedo di poter
fare una telefonata a Bariloche mi sento rispondere che devo andare fino in
paese al posto telefonico pubblico…intuisco che il giovanotto che ho di fronte
è il figlio dei proprietari, bene! Quindi non è un dipendente contro il quale
non sarebbe giusto sfogarsi e quindi gli spiego dettagliatamente quello che
penso sul suo albergo e sul fatto che per un senso di equità e giustizia se
tanto chiedi almeno qualcosa devi offrire, il mio spagnolo esce talmente
fluente che il personaggio afferra il
concetto al volo, tenta di controbattere ma non c’è fisicamente lo spazio, con
lo stesso stile mi accomiato, salgo in moto e me ne vado lasciandolo
visibilmente offeso, perfetto! J
I primi 500 km sono di una noia mortale, il nulla mi circonda e il caldo non
aiuta. A 150 km cominciano a cambiare un po’ le cose, la strada si arrampica su
una cresta di colline che nascondono un grande bacino artificiale, un po’ di
saliscendi intorno al lago poi si continua a salire, un altro lago, questa
volta naturale e annuncia S. Carlos de Bariloche, probabilmente la più
importante stazione invernale del Sudamerica, ma siamo in gennaio e quindi in
piena estate australe e la temperatura torrida e l’aria polverosa stridono
parecchio con le facciate simil-tirolesi degli alberghi delle vie centrali. L’atmosfera
sta cambiando, già con Mendoza si è iniziato a respirare un aria vagamente
europea, lineamenti indigeni e carnagioni color caffellatte sono
ormai un ricordo, ogni viso tradisce un avo italiano, un nonno spagnolo o una
zia teutonica. Mi fermo per due notti, quest’aria quasi di casa non mi mancava
affatto, la meta non è più lontanissima e l’idea che l’avventura stia per
terminare comincia ad affacciarsi.
giovedì 27 settembre 2012
Alle otto e mezza sono già di fronte alla concessionaria di
Mendoza, la cosa che ovviamente mi preme di più e la faccenda delle luci e dopo
tanti km anche una registratina alle valvole non ci starebbe male, l’ultima
volta è stato non ricordo quanti km fa in Costa Rica, teoricamente per la registratina potrei anche arrangiarmi da solo
così come per il cambio dell’olio ma la faccenda luci mi trova più impreparato
e per quella un meccanico qualsiasi potrebbe andare ma voglio fidarmi del
livello qualitativo ( vero o presunto…) della scuola BMW per cui scelgo di
delegare tutto all’officina. Il responsabile dell’accettazione arriva verso le
nove, gli spiego la situazione e a metà mattinata la motoretta va sotto i
ferri, il cambio dell’olio viaggia spedito, il meccanico è giovane e simpatico
ma con scarsa dimestichezza dei modelli datati come il mio per cui non si fida
di azzardare la registratina alle valvole e rinuncia, alla faccia della scuola
BMW…, dopo una mezzora di battibecco soft e grazie all’ intercessione del
giovane meccanico ma contro la regola della casa madre che il boss
dell’officina cerca di impormi riesco a intrufolarmi e insieme al meccanico
affrontiamo di petto la questione delle luci. Passiamo un’oretta a strapazzare
i cavi dell’impianto elettrico per cercare di capire cosadove e come sia successo che l’impianto elettrico
stia vivendo questo glorioso momento di anarchica ribellione ma alla fine
nonsisacome tocco il filo giusto, le lampadine si accendono come nemmeno in via
Montenapoleone sotto Natale e con il
meccanico ci guardiamo e ci illuminiamo. Siamo nei pressi del fanale, lo
apriamo e un bastardissimo filo nero di massa ( la spiegazione del concetto di
massa ve lo risparmio…) naviga nel vuoto andando a cozzare ovunque ubriacando
l’impianto elettrico, ristabiliamo il contatto e come per magia tutto risponde
ai giusti comandi, il problema è risolto, la meta è un po’ più vicina, per la
verità è esattamente dove si trovava ieri sera ma la rinnovata fiducia nel
mezzo meccanico e soprattutto il fatto di non dover più fare le ormai solite
sceneggiate con ogni pattuglia di poliziotti che incontro mi fanno sembrare gli
ultimi km più corti. Già…, saranno anche più corti ma sempre circa tremila sono
e tremila non sarebbero poi un disastro se non contiamo i 28.000 che ho messo
alle spalle. Se non fossi ad uno sputo ( lunghetto…) dalla fine probabilmente
non ci farei caso, ma il peso di quello che c’è dietro comincia a farsi
sentire, manca un pezzo di Argentina, poi tutta la Patagonia, poi la Terra del
Fuoco. Penso ad un paio di tappe veloci per rallentare verso la fine. Fino ad
ora non ho mai pensato alla meta, ma dopo una ventina di confini sono
nell’ultima nazione, per arrivare ad
Ushuaia dovrò rientrare in Cile e poi di nuovo in Argentina, ma non ci saranno
più nuove terre né dogane sconosciute, solo qualche migliaio di km di cui una
valanga da percorrere sullo sterrato. Domani cominciamo ad affrontare la
leggendaria “ Ruta 40” che con la “Ruta 3” infilano l’Argentina da Nord a Sud,
la “tres” segue l’oceano Atlantico ed ormai è completamente pavimentata, la
“quarenta” corre a ridosso delle Ande e le mancano parecchie centinaia di km
che la “Presidenta” Kirchner, patagone
di nascita, sta lentamente completando.
Per pochi anni ancora la si può percorrere assaggiando la stessa polvere
dei pionieri dell’ottocento, poi non sarà più la stessa cosa. Al mattino lascio
dunque Mendoza, incrocio un paio di villaggi, dopo un centinaio di km ne arriva
un altro, si viaggia tranquilli su uno stradone in mezzo alle campagne, un paio
di semafori mi fanno rallentare, scalando le marce sento che il pedale non
risponde come dovrebbe, l’innesto è ritardato e incerto, arrivando allo stop
non ritrovo più la folle, un sudore freddo e tagliente come un coltello da
sushi parte inesorabile dall’ultima vertebra e risale in un lampo fino al cervello
circumnavigando lo stomaco, il verdetto è semplice : si è rotto il cambio! Un
vortice di proporzioni bibliche rimescola sensazioni, pensieri, maledizioni e
litanie varie fino a quando freno e fermo la moto, butto l’occhio in direzione
dello stivale sinistro e vedo la leva del cambio che penzola sotto il motore
appesa all’asta del rinvio, dalla notte più nera che si può immaginare passo al
sole dei caraibi in un giorno di sole, forse il danno non è grave, lavorando
sul rinvio riesco ad infilarci una prima marcia, riparto e mi butto su una
laterale, scendo e controllo bene, è saltata la saldatura che fissa la lamiera
della leva alla boccola del supporto che fa da perno ( spero mi siate grati se
anche qui non insisto sulla descrizione), entro nel negozio di elettrodomestici
di fronte e chiedo di qualcuno che fa saldature nei paraggi, già che ci sono
compro un adattatore di corrente visto che gli argentini hanno deciso di
dotarsi di prese a lame oblique che dubito esistano altrove, comunque a
cinquanta metri c’è uno che ripara marmitte. Sempre in prima supero un cancello piuttosto malandato,
attraverso un cortile che ricorda molto una discarica, arrivo sotto una tettoia
tenuta in piedi da qualche secolo di ruggine e trovo un simpaticone che ha
vissuto una decina di anni a New York e non vedeva l’ora di sfoggiare il suo
inglese davanti agli amici, smonto la leva, molto pomposamente la guarda e la
passa con le spiegazioni del caso al subordinato che altrettanto pomposamente
dà due punti di saldatura, me la ritorna, i due punti sembrano un grappolo di
carbone ma non fa niente, rimonto il pezzo, chiedo quanto devo e rimedio una
solenne pacca sulla spalla di buon viaggio, rispondo regalando una foto delle
Torri Gemelle che ho con me, solenne stretta di mano, tutto a posto, metto in
moto e riparto, anche stavolta è andata…!
domenica 22 luglio 2012
Dunque riepiloghiamo, dopo le sistemazioni fatte prima di
partire da La Serena il problema delle luci dovrebbe essere stato risolto sfrattando
la famigliola di ragni dal devioluci, i tubi benzina sono stati cambiati quindi
probabilmente non prenderemo fuoco lungo la strada, rimane l’olio motore da
sostituire e le afte in bocca che non danno tregua ma splende il sole, anche
troppo stavolta…, e Valparaíso si avvicina. L’illusione del devioluci dura il
tempo di uscire dalla città, le luci continuano ad operare in regime di
assoluta anarchia e la famigliola di ragni che mi scarrozzavo appresso da
chissà dove avrebbe potuto continuare la sua transumanza a sbafo. Il paesaggio
comincia piano piano a variare, dalle pietraie spuntano i primi cactus, poi ai
cactus si aggiungono alcuni arbusti, poi sotto ai cactus e agli arbusti spunta
una timida erbetta secca e giallastra. A cento km da Valpo esco dalla
Panamericana e arrivo sulla costa, avvicinandomi cominciano a farsi vedere
anche i pini e insieme ai pini le spiagge, gli alberghi, le case al mare dei
vacanzieri e il traffico conseguente, tutte cose di cui peraltro non sentivo
affatto la mancanza. Con l’apertura del canale di Panama nel 1914 il porto di
Valparaíso, tappa obbligata per ogni
nave che si accingeva ad affrontare oppure si era appena lasciata alle spalle
le leggendarie tempeste di Capo Horn , cominciò a perdere importanza ma rimane
tutt’oggi la capitale culturale del Cile, evitando accuratamente i grandi e
caotici viali del centro salgo sulle alture dietro al porto e raggiungo i
vecchi quartieri residenziali, l’atmosfera è accattivante, stretti vicoli
pedonali dritti come una fucilata salgono ripidi dal porto e si incrociano con
tortuose stradine di ciottoli che seguendo le linee delle colline creano un
effetto a gradoni sui quali poggia una tipica architettura primonovecentesca di
palazzine e ville signorili, piccoli bar letterari, minuscoli alberghi di
design, ricercate caffetterie ma anche locali più o meno probabili arredati saccheggiando
a piene mani dalle botteghe dei rigattieri saturano l’aria con un effetto molto
“ bohemienne”. Sgangherati backpackers si confrontano con turisti da 100
dollari a notte in un calderone dai colori senza dubbio intercontinentali.
Trovo un ostello decente e decido che vale la pena fermarsi un paio di giorni
per riposare e riordinare le idee. Sepulveda scrive che varcando il confine del
Cile lo spirito di Pablo Neruda ti viene incontro e ti accoglie benevolente
sulla sua terra, decido di onorare la sua accoglienza con una visita. A circa
ottanta chilometri a sud di Valpo c’è Isla Negra che non è un isola ma bensì la
residenza preferita del grande poeta, con fantozziana precisione riesco a
centrare il giorno di chiusura settimanale, quindi niente visita al suo museo
personale di strumenti da navigazione, alla sua collezione privata di barche in
bottiglia, alla sua raccolta di piccole sculture in legno, niente due passi nel
suo giardino sopra la spiaggia, niente la sua barchetta appoggiata sul prato,
per un paio di ore gironzolo intorno alla staccionata rubando qualche occhiata
e qualche foto qua e là, passeggio per la spiaggia e mi arrampico sui bassi
scogli dove si infrangono le onde del pacifico, ovviamente le stesse onde che guardava
anche il vecchio Pablo, e non è poco…! Nonostante la sosta di un giorno e la
conseguente pausa i problemi alla bocca continuano ed anzi le ulcere si
moltiplicano, la pomata non sembra avere alcun effetto mentre invece lavarsi i
denti e soprattutto mangiare qualsiasi cosa diventa una tortura. Anche la
faccenda delle luci sta diventando seccante, viaggio ormai da qualche giorno
solo con le luci di posizione e questo non è per niente bello, a Mendoza, in
Argentina, oltre le Ande a circa 400 km c’è una concessionaria che potrebbe essere
una buona opzione per sistemare definitivamente la faccenda. Risalgo verso
nord, passo Santiago e ricomincia l’ennesima arrampicata sulle Ande. Con ampi
tornanti la strada sale per decine di km su un enorme ghiaione incrociando
funivie e stazioni sciistiche, sull’altopiano finisce il territorio cileno ma
per arrivare ad incontrare i funzionari dei due paesi ci vogliono ancora una
ventina di km, gli uffici fanno capolino in fondo ad un enorme piazzalone
totalmente invaso dalle macchine che un paio di poliziotti stanno cercando di smistare,
accenno un tradizionale “salto della coda” ma gli uomini in divisa mi beccano
subito, faccio presente che tradizionalmente le moto hanno diritto a passare
avanti ( ovviamente non sta scritto da nessuna parte ma di solito ci credono
tutti…) ma mi rispondono che qui siamo in Argentina e che la cosa non funziona
affatto così, il pomeriggio è avanzato e a spanne rischio di perdere anche tre
o quattro ore per passare la dogana, poi si deve scendere dalla Cordigliera e
arrivare a Mendoza, altri 180 km e il rischio di arrivare al buio è alto, torno
alla carica con il poliziotto e gli faccio presente che per una moto può essere
particolarmente rischioso viaggiare di notte in mezzo alle montagne ecc. ecc.
ma di rimando mi ringhia che in Argentina si viaggia obbligatoriamente con le
luci accese quindi se ho problemi alle luci semplicemente non mi fa entrare in
Argentina e così il problema è risolto, ovviamente bleffo alla grande che le
mie luci sono a postissimo e dicevo solo
per dire per cui a questo punto me la metto via e rientro in coda con le
regolamentari e ormai leggendarie pive nel sacco. Siamo a circa tremila metri
sotto il massiccio dell’Aconcagua ma naturalmente siamo anche sotto le nuvole quindi
dell’Aconcagua non si vede niente e in compenso comincia a piovigginare così le
pive oltre ad essere nel sacco sono anche bagnate. Per entrare in Argentina,
che fra l’altro comincia a starmi già un po’ sulle balle, ci metto quasi tre
ore e si saranno fatte le cinque del pomeriggio, fra il confine e Mendoza c’è
un villaggetto poco prima della pianura, intasco i soliti permessi e parto,
lungo la strada incontro qualche pattuglia di poliziotti che mi fa cenno di
accendere le luci, sempre a cenni rispondo di aver capito, poi saluto, sorrido
e faccio tutto quello che serve per far capire che le sto accendendo anzi ecco
che allungo la mano verso l’interruttore e faccio finta di accenderle ma
intanto li ho già alle spalle, loro sono contenti e quindi il problema e
risolto, io continuo senza luci ma loro non lo sanno…J Entro nel villaggetto,
quattro case in croce sulle rive di un grande lago artificiale ma di alberghi
nemmeno l’ombra, forse laggiù affittano camere ma la casa sembra disabitata da
mesi, niente da fare, bisogna arrivare fino a Mendoza, entro in città al buio
ma a quel punto non mi preoccupo più, recupero un albergo e soffrendo come
sotto i ferri del dentista mi concedo la prima grigliata argentina. Domani intanto
ci prenderemo cura della motoretta.
mercoledì 11 luglio 2012
Mi risveglio dunque in quel di Taltal, amena cittadella
balneare cilena, con nell’ordine: le gomme da cambiare, l’impianto elettrico
che comanda le luci che funziona quando ne ha voglia, cioè quasi mai…e la
pomata cilena che contro le afte della mia bocca ha avuto lo stesso effetto di
un bicchiere d’acqua…quindi non si può dire proprio che va tutto bene ma non ci
si perde d’animo, la strada per la Terra del Fuoco è ancora lunga ma non
lunghissima e soprattutto non impossibile, quindi si va’! Faccio il pieno al
distributore in compagnia di un gruppo di austriaci e svizzeri che stanno
passando le ferie correndo avanti e indietro per gli sterrati del Cile con
guida e motorette da fuoristrada noleggiate in loco, i soliti convenevoli,
qualche occhiata di invidia e qualche sguardo di superiorità come se farsi un
paio di continenti da soli con la moto per sei mesi fosse cosa
sconveniente…mentre invece farsi qualche centinaio di km mangiando la polvere
di chi ti precede te lo ha ordinato il medico…però si sa che gli svizzeri sono
un po’ strani! Comunque ognuno si fa il suo pieno poi loro a nord e io a sud,
come al solito, e come al solito in mezzo al deserto, alla sabbia, alle
pietraie, cambia il terreno, cambiano i colori e ogni tanto la linea
dell’orizzonte ma deserto è deserto, rettilinei infiniti in mezzo al nulla e in
fondo ai rettilinei una curva di solito anche quella in mezzo al nulla, la cosa
più importante da tenere a mente è svegliarsi prima della curva in tempo utile
per rallentare se necessario e affrontarla, poi ci si può riassopire. La
faccenda va avanti per 650 km, ovvero otto ore circa, verso le cinque entro a
La Serena, che non è solo una mia amica, che fra l’altro ha il brutto vizio
proprio di mettere l’articolo davanti ai nomi propri…, ma nella situazione
contingente trattasi di una cittadina di 150.000 abitanti dove trovo il mitico
Tonino Motos che è grande come un supermercato e sembra un ministero, il salone
trabocca di moto, scooter, quad,
accessori, ricambi, abbigliamento, manca solo il reparto motoslitte, ma
probabilmente in mezzo al deserto non ne vale la pena. Passo da un
sottosegretario all’altro finché non trovo quello addetto alle gomme, si va in
magazzino, si ribalta tutto e saltano fuori le scarpette nuove per la motoretta,
il prezzo è sopportabile e si procede con il montaggio. L’ora successiva sarà
una delle più difficili del viaggio, la macchina smontagomme è costituita da
due robuste braccia e due leve di acciaio che cominciano a scavare come il
trapano di un dentista fra il copertone e il cerchione di alluminio anodizzato
nero lucido non pulitissimo forse ma è il “mio” cerchio anodizzato e io so
quanto mi è costato. La prima reazione è quella di saltare al collo della
macchina smontagomme ma riesco a trattenermi e con tutta la pacatezza e lo
stile che ho a disposizione dopo otto ore di guida faccio presente che forse…e
sottolineo forse…infilando uno strato di gomma o di cartone robusto fra la leva
e il “mio” cerchione anodizzato nero lucido si eviterebbe di far assomigliare
il ”mio” cerchione ecc. ecc. alla superficie del ghiaccio dopo una partita di
hockey Russia- Canada. La macchina smontagomme riflette un momento sulla mia
proposta e fortunatamente concorda, i cerchioni sembrano salvi. Si smontano le
gomme vecchie, si montano le gomme nuove, la prassi richiederebbe a questo
punto di equilibrarle, ma il ministero Tonino Motos non è dotato di
equilibratrice e pare che nessuno in Cile ne sia dotato, si potrebbe fare a
mano, ma il titolare in persona mi guarda come se gli avessi chiesto di
accompagnarlo allo zoo a rinfrescare le strisce delle zebre, mai fatto prima, e
figurarsi se cominciano oggi…non rimane altro che adeguarsi! Prima di iniziare
l’operazione gomme chiedo se nel frattempo posso approfittare per farmi un paio
di lavoretti di manutenzione, la risposta è negativa, dovrei pagare ugualmente
per il lavoro ma in virtù dell’ormai acquisita confidenza con la macchina
smontagomme, alla chetichella quando il capofficina volta lo sguardo mi cambio
le candele, compro una confezione di olio e lo sostituisco nel cambio e nella
coppia conica, smonto il filtro dell’aria che dalla sabbia che contiene ricorda
molto la spiaggia di Copacabana e a questo punto mancherebbe solo cambiare
anche l’olio del motore e registrare le valvole ma non voglio approfittare
troppo…chiacchera che ti chiacchera salta fuori che uno dei meccanici affitta
anche delle camere, siamo in orario di chiusura quindi mi accodo alla sua
macchina, l’ostello che gestisce con la sorella non è certo il Pierre di
Manhattan, del resto non ci avevo dormito nemmeno quando ero a Manhattan, ma
per una notte va bene e soprattutto per quattordici dollari va meglio ancora…
La questione gomme è risolta felicemente, se non sbaglio i calcoli ma
soprattutto se non sbaglio troppo strada con queste dovrei poter arrivare fino
alla meta anche se non so bene ancora dove andrò a finire, rimane la questione
delle luci che continuano a funzionare in regime di assoluta anarchia e rimane
ben presente la questione delle afte che mi massacrano la bocca, comunque da
tre problemi siamo scesi a due, come si suole dire… è già un passo avanti! Quando
la mattina dopo sono pronto per partire scopro che un poco geniale famigliola
di argentini capitati sul tardi ha parcheggiato dietro la moto e se ne sono
andati bellibelli a fare un giro per il centro bloccandomi l’uscita dal
portone. La cosa non mi rende felicissimo ma ne approfitto per smontare il
devioluci e controllare i contatti, all’interno del guscio degli interruttori
scopro un nido di piccoli ragni, non sembra ma potrebbe essere una bella
notizia, potrebbe essere infatti proprio la causa del problema, ripulisco il
tutto per bene e rimonto. I problemi risolti a questo punto potrebbero essere
due, ma mi accorgo che anche i tubi del carburante sono alla fine del loro viaggio
infatti grondano benzina come fossero di cartone, i problemi sono di nuovo due,
ma sistemeremo anche questa. Con tutta la calma del loro essere in vacanza
rientrano gli argentini, si scusano ma non troppo e mi tolgono dalle palle il
loro fottuto catorcio, uscendo trovo un negozio di ricambi per auto che mi
vende il tubo, al primo distributore smonto, taglio, ricompongo il sistema che
esce dai rubinetti del serbatoio, monto i filtrini nuovi, il compensatore, che
non sapete che cos’è ma non importa, e arrivo ai carburatori, faccio il pieno e
finalmente rimonto in sella, accendo poi spengo e rismonto dalla sella perché
mi accorgo che si è staccato un contatto che porta corrente allo strumento del
contagiri. Tolgo il serbatoio, sistemo il contatto, rimonto il serbatoio, rimonto
in sella e parto. Si potrebbe pensare che a questo punto sia già quasi buio di
nuovo ma invece è solo la fine della mattinata, Valparaíso mi aspetta a meno di
500 km, con le candele nuove e il filtro dell’aria che non assomiglia più al
cortile di un cementificio la motoretta viaggia che è un piacere, e quindi…via
verso Sud.
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