L'arpia austriaca avrebbe voluto incastrarmi anche per la camera ma nonostante sia ormai buio invento una scusa e me ne vado, come detto rimaniano d'accordo che l'indomani ci si sente per la conferma della partenza che dovrebbe essere per dopodomani. Arrivando in fondo ad una specie di spiaggetta, ma dovrebbe essere il porto di Porto Lindo, avevo intravisto un'insegna, nonostante la sabbia e il buio riesco a rimanere in piedi e raggiungo un porticato con sei o sette tavolini e qualche personaggio che mangia, in fondo dietro una lamiera quello che potrebbe essere tutto meno che un cuoco sta trafficando con delle padelle e dei fuochi, la stanza ci sarebbe anche ma per trattare si aspetta la padrona di casa, dopo una mezzoretta arriva, trattiamo e prendo la stanza che più che altro è un locale con dei letti...punto! Non c'è un armadio, non c'è un'appendiabiti, non c'è un tavolino, nè un comodino, ne' una sedia, nemmeno un chiodo dove appendere uno straccio, in compenso ci sono moscerini, ragni e un topo, probabilmente che scorrazza nell'intercapedine del controsoffitto. Ormai comunque è fatta, è buio, sono stanco e non credo che il villaggio offra molto di più.
Provo se una doccia aiuta ma aiutano sicuramente di più qualcosa da mangiare un paio di birre.
Lui è olandese ex capitano, qui tutti quelli che hanno una barca sono capitani anche se in teoria dovrebbero essere comandanti non essendo dei militari ma lasciamo perdere le sottigliezze, lei è colombiana, quando scopre che sono italiano quasi si scioglie poi per tutta la durata della cena mi racconta del suo amore piemontese conosciuto vent'anni prima, poi coltivato epistolarmente, poi crollato quando lo stronzo si è sposato con un'italiana e poi definitivamente saltato quando lei ha telefonato e la mamma di lui con il tatto di un rinoceronte le ha fatto capire che la faccenda era chiusa!
Nonostante tutto lei mi confessa che lo pensa ogni giorno, viene facile pensare che dopo tanto tempo abbia idealizzato un pò troppo ma rimane il fatto che non si fanno queste cose in giro per il mondo!
L'indomani gita alle chiuse di Gatun ad una cinquantina di km, tre o quattro aquazzoni tanto per non perdere l'abitudine ma l'opera è straordinaria, i due oceani hanno un dislivello di alcuni metri ma le navi vegnono fatte salire di 26 metri con varie operazioni fino al livello del lago Gatun che viene attraversato poi vengono fatte ridiscendere fino al livello dell'altro oceano, l'operazione dura circa otto ore e costa un botto ma evita di fare il giro per Capo Horn sotto la Terra del Fuoco che è un pò lunghetta ed io lo sto scoprendo km dopo km.
Al rientro passo per il mitico ostello, la partenza è confermata per domani, appuntamento all'ufficio doganale di Porto Belo alle 8.30 con il capitano per le formalità e gli accordi.
La mattina dopo accompagno anche Aude in moto a Porto Belo lei è francese, ha 24 anni e sta un annetto in giro per le americhe con il suo zaino e circa quindici dollari al giorno, vi assicuro che si può fare...L'ho conosciuta la sera prima quando mi ha chiesto informazioni sul trasferimento e le ho consigliato di cercare un'accordo last minute con il capitano la mattina dopo. Il capitano è sloveno il che sulle prime crea una certa confidenza che però si fermerà alle prime appunto. Comunque si fanno le carte, la barca è ancorata nella baia, alcuni salgono con la scialuppa mentre con un'altro motociclista torniamo a Porto Lindo dove c'è meno onda per caricare le moto.Di moli neanche parlarne, con la moto arrivo sulla battigia parallelo al mare, si affianca una lancia con sei energumeni neri...unduetre hop e la moto è sulla lancia, mi fanno sedere come dovessi guidare, pianto i piedi sui fianchi della lancia e navigando arriviamo sottobordo, un paio di cime legate al telaio una verricellata e la moto è sul ponte superiore a cinque metri di altezza dal mare. L'operazione dura una mezzoretta e mi costa una solenne dose di capelli bianchi...come se ce ne fosse bisogno...! La barca è un 80 piedi cioè i soliti 26 metri circa di ferro con due alberi che considerata la stazza servono solo ad appenderci gli asciugamani per farli asciugare e a intrigare sul ponte, ha una sessantina di anni e li dimostra tutti nel senso che una volta era probabilmente una cosa di gran lusso ma diciamo che quel lusso è appannato da un livello di manutenzione non particolarmente scrupoloso. Con uno degli compagni di viaggio concordiamo sul fatto che il radar è stato probabilmente acquistato di seconda mano e che il primo proprietario non lo usava più dopo essersi arenato sul monte Ararat. Comunque si parte, a tre ore dalla baia c'è l''ultimo villaggio quasi civile dove si fa scorta di birre che la casa non passa e dove salgono i tre ritardatari che arrivano in taxi da Panama, alla fine il carico è così composto: Aude, francese; Matteo, altro giovane backpacker italiano; Pierce, trent'anni ingegnere inglese ha comprato una macchinetta negli States e anche lui va a sud, ogni tanto si arrampica su qualche montagna e ogni tanto dorme in macchina, una coppia di olandesi che non ho idea di come siano finiti lì, una famiglia di francesi composta da lui, lei e quattro figli che spaziano dai quattro ai dodici anni circa, lui quarant'anni fulminato anzitempo dalla solita crisi esistenziale dei cinquanta ha mollato un posto di dirigente di una multinazionale poi ha comprato un motorhome da nove metri negli Stati Uniti e con tutto il gruppo sta andando in Patagonia; Gilbert ha qualche anno più di me, è francese ma vive a S.Francisco è amico di Martin che è australiano ed è amico di Rob che è inglese ma vive in Nuova Zelanda e con tre moto stanno andando in Sudamerica ma Martin è anche fidanzato con Souky che è tailandese e li sta seguendo con un furgone di appoggio, in pratica ci sono tutti i continenti esclusa l'Africa ma sicuramente qualche nonno dell'equipaggio coprirebbe la mancanza. Il comandante come detto si chiama Michel e ha settant'anni devo dire ben portati poi ci sono Maria Josè detta Majo ( si legge Maho) che ne ha venti ed è la sua fidanzata ed è colombiana come anche Ana Paola e Tatiana. In tre non fanno l'età di lui. Se fate un due conti siamo una ventina di persone il che rende la situazione decisamente sovraffollata, la barca è grande ma considerato che c'è anche un cane che ha una sua zona riservata alla fine gli spazi che avanzano da tutte le cianfrusaglie sparpagliate sul ponte non sono un granchè e ogni tanto sembra di essere a Milano in Galleria la vigilia di Natale. Per farla breve un paio di giorni da un isoletta all'altra navigando per risparmiare carburante a 6 nodi cioè circa 11 kmh cioè fermi come uno scoglio poi la buttata di due giorni e una notte fino alla meta con tanto di burrasca notturna con 50 nodi di vento, un genio che ha lasciato aperta una finestra nel salone (!) principale poi allagato da un'onda compresi quelli che ci dormivano, alla fine credo che l'unico che ha dormito sono stato io che tanto se deve succedere succede e con tutta quella gente se proprio aveveano bisogno mi chiamavano...quando mi sveglio trovo anche un tubo che dalla sala macchine passa attraverso il salone e butta fuori in mare, mi spiegano che è servito a svuotare la sentina dall'acqua, evito di entrare nei particolari ma con grande soddisfazione di tutti all'ora del tramonto dopo quasi due giorni di navigazione entriamo nel porto di Cartagena, lo spettacolo è grandioso ma niente a confronto della soddisfazione che da' la sensazione di solido sotto i piedi, resisto alla tentazione di baciare la terra appena sbarcato per non urtare la suscettibilità del capitano e per non essere accusato di plagio!
domenica 15 gennaio 2012
mercoledì 11 gennaio 2012
Panama prima parte
Con Panama finisce il Centroamerica, qualcuno insiste che faccia già parte del Sudamerica infatti politicamente appartenne alla Colombia per molto tempo prima di rendersi indipendente, non siamo però qui a fare disquisizioni storiche, politiche o geografiche, dicevamo finisce il Centroamerica e con la Colombia comincia il Sudamerica, sembra tutto facile, si va a sud, prima o poi si trova il confine, le solite trafile entra di la' e si continua. Nella realtà non funziona proprio così, si può andare verso sud ma ad un certo punto la strada finisce e diventa una rete di sentieri che entra nel Darien, una delle foreste pluviali più inesplorate e selvagge del pianeta nonchè, per gli amanti del genere, una delle aree con la più alta concentrazione di serpenti che si conosca, da lì in poi niente strada, niente distributori, niente ristoranti, niente alberghi, niente bar, proprio per chi se la vuole andare a cercare, ci si può muovere da un villaggio ad un'altro cercando di ingraziarsi i locali per farsi guidare nella giungla o attraverso i fiumi. Ovviamente il giocattolo non costa poco e non è del tutto esente da rischi, anche estremi. Per proseguire dunque ci sono due opzioni, spedire la moto in aereo a Bogotà in Colombia e seguirla con lo stesso mezzo oppure caricarla su una barca e raggiungere la Colombia via mare. L'offerta è variopinta. Da Porto Belo o da Porto Lindo, due sperduti villaggi sul Mar dei Caraibi a sud della città di Colon, partono in ordine sparso barche a vela di varia misura con destino Cartagena de Indias. La moto viene caricata in qualche modo sulla barca e via verso il Sudamerica. Il pacchetto costa circa 800 dollari e comprende un paio di giorni in giro per l'arcipelago delle S. Blas, un gruppo di 365 isole e isolotti che seguono la linea della costa panamense verso sud poi due giorni e una notte di mare aperto per arrivare alla città di Cartagena. Si scarica la moto, le solite formalità doganali e si riparte. La seconda opzione è un pò avventurosa ma più economica e inoltre c'è questo giro per le isole che sembra interessante per cui seguo quella. La barca più gettonata è un vecchio catenaccio in ferro comandato da un tedesco ma non riesco a raggiungerla in tempo, sono in contatto con il comandante di un diciotto metri e con un ostello, almeno così pare dal suo sito internet, che gestisce un pò di barche che fanno la traversata.siamo alla fine della stagione. poi cominciano dei venti forti da nord e la faccenda si fa rischiosa per cui tutti si spostano verso altre isole più tranquille. Mi fermo un giorno a David con Marco e Paolo, una mezza giornata se ne va' per le isole del parco del Chiriquì, spiaggette, isolotti, aragoste...le solite cose...la sera trovo una mail dell'ostello e pare ci sia un grosso motorsailer in ferro che parte fra tre giorni, per fermare il posto mi chiedono un anticipo di 100 dollari ma così a scatola chiusa non se ne parla anche se la data è interessante, rispondo che non ho modo di fare bonifici ma che avrei raggiunto il porto in un giorno o due.
La mattina dopo parto senza la benchè minima idea di dove sarei arrivato, più o meno da David a Colon ci sono 500 km ma non conoscendo le strade ci posso mettere sei ore come dieci, e poi c'è sempre l'incognita pioggia. Dopo un paio di ore mi fermo a bere un caffè e per elemosinare una connessione internet in un albergo, l'ostello ha risposto che il posto sulla barca c'è ma senza deposito non è garantito, questa insistenza comincia un pò a seccare ma continuo, comincia anche a piovere ma la strada è buona e scorrevole, qualche villaggio fa perdere un pò di tempo e altro tempo me lo fa perdere un poliziotto che dice che sto correndo troppo, parlando anche del più e del meno mi fa presente che l'abbigliamento standard della stradale motodotata non comprende i guanti e che i miei sarebbero perfetti per lui, ma sono perfetti anche per me per cui ci accordiamo per un cappello che passa dal mio bauletto al suo e riparto senza altri danni, e poi di cappelli ne ho due. Arrivando in prossimità del canale taglio fuori la città di Panama che sta all'imboccatura sull'oceano Pacifico, lo scavalco, il canale non il Pacifico,in prossimità delle chiuse vedere una nave in mezzo alle colline fa decisamente una certa impressione, punto a est per attraversare l'istmo e arrivo a Colon sul mar dei Caraibi, altri cinquanta km e verso sud e raggiungo Porto Lindo, una baia, quattro case, un paio di ostelli e niente di più. L'ostello è gestito da una coppia di austriaci il che in teoria dovrebbe essere rassicurante ma la prima impressione non è delle migliori. Non mi faccio influenzare ma anche la seconda e la terza ecc. non cambiano le cose. Il giardino è una discarica, due macchine abbandonate, qualche motorino sparso qua e la', una sfilza di fuoribordo più o meno completi appesi ad una tavola che potrebbero scrivere la storia della marineria da diporto, un paio di gommoni, o meglio quello che rimane di loro arredano il giardino, una tettoia con qualche arnese sparso che fungerebbe da officina meccanica e i resti recuperati di qualche barca a vela probabilmente schiantata su qualche barriera completano il quadro. Due stupidi cani che lontanamente ricordano un modello rottwailer si azzannano in mezzo alle mie gambe mentre una bambina di pochi anni divide con loro un cibo assolutamente indistinguibile. In questo contesto mi accordo con Silvia per il passaggio, le origini del comandante non si conoscono ma la barca è grande e robusta, ha molti viaggi alle spalle per cui si va tranquilli, lo dice lei...., alla fine accetto, mollo l'anticipo, recupero la ricevuta e l'appuntamento è telefonico per domani sera per la conferma della partenza per dopodomani mattina.
continua...
La mattina dopo parto senza la benchè minima idea di dove sarei arrivato, più o meno da David a Colon ci sono 500 km ma non conoscendo le strade ci posso mettere sei ore come dieci, e poi c'è sempre l'incognita pioggia. Dopo un paio di ore mi fermo a bere un caffè e per elemosinare una connessione internet in un albergo, l'ostello ha risposto che il posto sulla barca c'è ma senza deposito non è garantito, questa insistenza comincia un pò a seccare ma continuo, comincia anche a piovere ma la strada è buona e scorrevole, qualche villaggio fa perdere un pò di tempo e altro tempo me lo fa perdere un poliziotto che dice che sto correndo troppo, parlando anche del più e del meno mi fa presente che l'abbigliamento standard della stradale motodotata non comprende i guanti e che i miei sarebbero perfetti per lui, ma sono perfetti anche per me per cui ci accordiamo per un cappello che passa dal mio bauletto al suo e riparto senza altri danni, e poi di cappelli ne ho due. Arrivando in prossimità del canale taglio fuori la città di Panama che sta all'imboccatura sull'oceano Pacifico, lo scavalco, il canale non il Pacifico,in prossimità delle chiuse vedere una nave in mezzo alle colline fa decisamente una certa impressione, punto a est per attraversare l'istmo e arrivo a Colon sul mar dei Caraibi, altri cinquanta km e verso sud e raggiungo Porto Lindo, una baia, quattro case, un paio di ostelli e niente di più. L'ostello è gestito da una coppia di austriaci il che in teoria dovrebbe essere rassicurante ma la prima impressione non è delle migliori. Non mi faccio influenzare ma anche la seconda e la terza ecc. non cambiano le cose. Il giardino è una discarica, due macchine abbandonate, qualche motorino sparso qua e la', una sfilza di fuoribordo più o meno completi appesi ad una tavola che potrebbero scrivere la storia della marineria da diporto, un paio di gommoni, o meglio quello che rimane di loro arredano il giardino, una tettoia con qualche arnese sparso che fungerebbe da officina meccanica e i resti recuperati di qualche barca a vela probabilmente schiantata su qualche barriera completano il quadro. Due stupidi cani che lontanamente ricordano un modello rottwailer si azzannano in mezzo alle mie gambe mentre una bambina di pochi anni divide con loro un cibo assolutamente indistinguibile. In questo contesto mi accordo con Silvia per il passaggio, le origini del comandante non si conoscono ma la barca è grande e robusta, ha molti viaggi alle spalle per cui si va tranquilli, lo dice lei...., alla fine accetto, mollo l'anticipo, recupero la ricevuta e l'appuntamento è telefonico per domani sera per la conferma della partenza per dopodomani mattina.
continua...
sabato 31 dicembre 2011
Costa Rica
Da S.Jorge al confine con il Costa Rica ci sono solo una quarantina di km, per uscire dal Nicaragua c'è una sfilza di timbri avanti e indietro per gli uffici, mi si appiccica dietro un ragazzino e alla fine gli allungo un pò di spiccioli se non altro per la costanza che ha dimostrato. Il confine è il solito inferno di gente che va avanti e indietro, di gente che sta ferma, di gente che vende, che compra, che mangia, che beve, che fa code e il tutto in un pantano indescrivibile. Un pò di coda all'immigrazione per entrare in Costa Rica poi il solito permesso di importazione per la moto in dogana, quando ho finito trovo Jarozlaw, e se vi ricordate dalle prime puntate la teoria delle jzw nei nomi avete già capito che è polacco, infatti è polacco ma da sette anni vive negli States dove fa qualcosa tipo il grafico pubblicitario, anzi faceva perchè, nonostante abbia molto meno di cinquant'anni e quindi ancora non in età critica, ha mollato tutto e anche lui si è preso qualche mese di pausa dalla solita vita, forse anche un pò più di qualche mese..., e sta andando verso il Sudamerica. Lo accompagno negli ultimi uffici che già conosco poi ci mettiamo in strada assieme verso S. Josè, la capitale. Dopo un centinaio di km ci fermiamo a mangiare, anche lui ha incontrato altra gente che sta scendendo, fra l'altro pare che Andrè, lo svizzero che avevo conosciuto partendo da Antigua in Guatemala abbia avuto un probleme con un cane randagio nel Salvador e abbia fatto un pò di danni alla moto ma forse riesce a rimettersi in strada. Ripartiamo e mi metto davanti io, un pò di traffico, qualche cantiere e qualche coda poi comincia a piovere, prima di fermarmi per cambiarmi aspetto di vedere come gira il tempo che gira decisamente male, il cielo è sempre più nero e la pioggia diventa un acquazzone tropicale, gli scoli a fianco della strada sono dei veri e propri fiumi di acqua e fango, quando mi fermo Jarozlaw non c'è più, probabilmente si è fermato prima, mi cambio, aspetto una ventina di minuti poi riparto. Per S. Josè prendo la strada vecchia delle montagne, nonostante non smetta di piovere i panorami sono più interessanti e quasi non c'è traffico, infatti era stata chiusa per frane fino a ieri. La pioggia non molla fino a quando arrivo la sera in città. E' tempo di fare un pò di manutenzione quindi approfitto della concessionaria locale per farmi dare un'occhiata alle valvole e alla carburazione, mentre aspetto conosco il presidente del motoclub BMW del Costa Rica, quattro chiacchere, scambio di indirizzi e foto, i lavori finiscono tardi nel pomeriggio per cui mi fermo un'altra notte prima di partire verso Panama.
Parto al mattino senza alcuna idea di dove posso arrivare, il confine con Panama è famoso per il tempo che si perde per far registrare la moto negli uffici poi la questione dei km qui, ma credo che anche in futuro non cambierà affatto, è piuttosto particolare. Il concetto di distanza non è infatti ancora pervenuto e tutto si misura in tempi di percorrenza. Provare a chiedere quanto manca la risposta è un'ora, un ora e mezza dipende...si, ma in km più o meno? sorrisone un pò di compatimento come aver chiesto i nomi dei sette re di Roma poi : ahi senor...non si sa... Quindi si va a naso. S.Josè è nel valle central, riprendo la strada verso ovest e quando arrivo sul Pacifico ricomincia a piovere, passo Jaco con il cielo grigio le nuvole basse che sembra essere a novembre in Carnia, scendendo verso Quepos e Dominical mi imbatto anche in un paio di manifestazioni di taxisti che procedono incolonnati su due o tre file, riesco a sgattaiolare fuori e li passo, ogni tanto una schiarita ogni tanto un'altra buttata di pioggia, i resort e gli alberghi di italiani, gringhi,olandesi e tutto il resto del mondo che sono venuti qui a cercare la terra promessa cominciano a rarefarsi e la natura torna in mano ai pochi che coltivano banane o canna, per il resto jungla e spiagge. Arrivo al confine e stavolta opto per una guida. Ci sono un paio di loro che mi marcano stretto, prima mi chiedono di dargli quello che voglio, non se ne parla,prima ci accordiamo poi si fa il lavoro,la richiesta è venti usd, scende a dieci, offro cinque e uno accetta, alla fine la faccenda dura meno di un ora contro le tre o quattro temute, chiedo al ragazzino se non ha di meglio da fare che stare tutto il giorno a lottare per catturare un viaggiatore ma così riesce a fare anche 50 dollari al giorno, a muovere terra nei campi forse arriverebbe a cinque quindi non ho molto da contestargli, alla fine mi chiede altri cinque per l'impiegato che ha fatto passare avanti il mio passaporto, vero o meno che sia glieli do, mi fa fare una telefonata e in meno di un ora sono a David a bere un paio di birre con Marco, il guru dell'officina KTM di Udine e il suo amico Paolo da un paio di settimane in giro per spiagge, villaggi e foreste di Panama.
Parto al mattino senza alcuna idea di dove posso arrivare, il confine con Panama è famoso per il tempo che si perde per far registrare la moto negli uffici poi la questione dei km qui, ma credo che anche in futuro non cambierà affatto, è piuttosto particolare. Il concetto di distanza non è infatti ancora pervenuto e tutto si misura in tempi di percorrenza. Provare a chiedere quanto manca la risposta è un'ora, un ora e mezza dipende...si, ma in km più o meno? sorrisone un pò di compatimento come aver chiesto i nomi dei sette re di Roma poi : ahi senor...non si sa... Quindi si va a naso. S.Josè è nel valle central, riprendo la strada verso ovest e quando arrivo sul Pacifico ricomincia a piovere, passo Jaco con il cielo grigio le nuvole basse che sembra essere a novembre in Carnia, scendendo verso Quepos e Dominical mi imbatto anche in un paio di manifestazioni di taxisti che procedono incolonnati su due o tre file, riesco a sgattaiolare fuori e li passo, ogni tanto una schiarita ogni tanto un'altra buttata di pioggia, i resort e gli alberghi di italiani, gringhi,olandesi e tutto il resto del mondo che sono venuti qui a cercare la terra promessa cominciano a rarefarsi e la natura torna in mano ai pochi che coltivano banane o canna, per il resto jungla e spiagge. Arrivo al confine e stavolta opto per una guida. Ci sono un paio di loro che mi marcano stretto, prima mi chiedono di dargli quello che voglio, non se ne parla,prima ci accordiamo poi si fa il lavoro,la richiesta è venti usd, scende a dieci, offro cinque e uno accetta, alla fine la faccenda dura meno di un ora contro le tre o quattro temute, chiedo al ragazzino se non ha di meglio da fare che stare tutto il giorno a lottare per catturare un viaggiatore ma così riesce a fare anche 50 dollari al giorno, a muovere terra nei campi forse arriverebbe a cinque quindi non ho molto da contestargli, alla fine mi chiede altri cinque per l'impiegato che ha fatto passare avanti il mio passaporto, vero o meno che sia glieli do, mi fa fare una telefonata e in meno di un ora sono a David a bere un paio di birre con Marco, il guru dell'officina KTM di Udine e il suo amico Paolo da un paio di settimane in giro per spiagge, villaggi e foreste di Panama.
lunedì 26 dicembre 2011
via dall'honduras
Robert vive in un quartiere tranquillo di La Ceiba ma alle tre e mezza, un orario che esiste solo per ordinare un giro di birre e poi forse andare a dormire oppure per riempire una parte inutile del quadrante di un orologio, ecco che inizia un concerto di galli che ti sembra di essere il sabato sera a bere un aperitivo fuori da un locale fashion in centro, si mettessero d'accordo un poco ma sembra lo facciano apposta, parte uno poi tutti gli altri assieme, quando sembra che si siano sfogati e ti concedano quel tanto che basta per riuscire a riassopirti ecco che uno riparte, ancora un pò niente poi un'altro, subito dopo un altro ancora e via di nuovo tutti insieme che andresti fuori a tirargli il collo a tutti, non si può fare perchè come detto qui tengono il fucile a pompa sul comodino per cui ti rassegni e alle cinque e mezzo siamo tutti in piedi a fare colazione, anticipo tutte le operazioni del mattino e alle sette sono già in sella. La giornata di sole ce la siamo giocata in cantiere, il cielo è grigio e comincia a piovigginare ma anche qui siamo rassegnati. Rinavigo in mezzo al mare di ananas, e dalle parti di S.Pedro Sula prendo lo stradone verso Tegucigalpa, la capitale. Si torna a salire e si viaggia fra i 700 e i 1500 metri, il panorama ricorda ovviamente il Guatemala, boschi di conifere con sottobosco di palme, valli ripide e baracche abbarbicate sulle pareti, la Panamericana è uno stradone a quattro corsie ben asfaltato e piacevole, arrivando verso la capitale cominciano le buche e i soliti tombini senza coperchio, uno dei pericoli maggiori che si possono incontrare. Per entrare in Nicaragua mi devo difendere come al solito dall'assalto degli assicuratori e degli helpers (come li chiamano i gringos) che in spagnolo si fanno chiamare "guide, in pratica un insieme di umanità varia che si offre per accompagnarti e guidarti per i vari uffici immigrazione e dogana ecc. in cambio di una mancia che all'inizio parte da un paio di decine di dollari e finisce con quello che vuoi tu. Un pò di spagnolo e la gentilezza degli ufficiali di frontiera di solito rende assolutamente inutile la loro presenza.Il Nicaragua negli ultimi anni ha sofferto tre grandi tragedie che la hanno fortemente segnata; la rivoluzione sandinista che comunque secondo me ha lasciato in eredità una coscienza sociale che non si percepisce in altre repubbliche centroamericane, l'uragano Mitch che l'ha devastata e la visita del Papa ( e questa so già che il giornale non me la passa...:)) La zona montagnosa dalla quale sto entrando comunque è una delle più belle, la strada è tenuta perfettamente con i contributi delle grandi compagnie bananiere che la sfruttano per i loro trasporti, mi fermo a dormire ad Estelì, la capitale del tabacco, e passo vicino a Matagalpa, la zona del caffè. Il giorno dopo torno in pianura e mi fermo per un paio di ore a Granada, antica ed affascinante città coloniale, vero gioiello del Nicaragua, altre strade a scacchiera, case basse ordinate spesso di forte personalià, atmosfera un pò alternativa un pò impegnata un pò turistica un pò no e gironzolando becco la casa con targa dove dormì Garibaldi. Foto di rito fra i sorrisi dei residenti, un panino e per strade di campagna in mezzo agli alberi torno a raggiungere e riprendo la Panamericana, lascio a destra il Lago Managua e Managua stessa e sulla sinistra dopo un pò comincia a scorrere e non finisce più di scorrere il lago Nicaragua, anzi, il lago sta fermo e sono io che scorro. Arrivo al villaggio di S. Jorge, prossima tappa, che è il punto di riferimento per raggiungere in traghetto l'isola di Ometepe, l'isola è formata da due vulcani, è la più grande al mondo sopra un lago e, tanto per darvi un 'idea della grandezza del lago è più grande dell'isola d'Elba. A S. Jorge vivono un paio di italiani amici di Ruggero, mentre mi sto orientando, e non ci vuole molto perchè S.Jorge è quattro case e due alberghi Dario mi becca la targa italiana, si avvicina e così ci conosciamo. Lui è di Brescia e una decina di anni fa si è fatto dall'Alaska alla Terra del Fuoco con gli autobus, poi, vuoi per un motivo vuoi per un'altro, diciamo più per uno che per l'altro, decidete voi quale.... ha scelto il lago, no, non è quello il motivo... e lì si è fermato, ha scritto un libro " Da capo a capo" che si trova ancora su internet e gestisce un ristorantino sulla riva dove partono i traghetti per l'isola. Chiacchera che ti chiacchera scopro che non è il giorno che pensavo ma il giorno prima, spesso mi capita di non sapere nemmeno che mese sia ... quindi sono in anticipo rispetto a quello che pensavo e decido di fermarmi una notte in più per fare un giro sull'isola. Prendo il traghetto presto e cerco di fare il giro come consigliato, la strada pavimentata finisce dopo qualche km , secondo Dario non dovrebbe essere male ma non ha tenuto conto delle ultime piogge e mi sembra di guidare nel letto di un torrente, per non disintegrare la moto e le mie palle rinuncio e mi accontento della trentina di km asfaltati che comunque sono sufficienti per entrare nell'atmosfera un pò sonnolenta e tranquilla dell'isola. Per rientrare prima del previsto ci sarebbe una lancia che parte fra poco , la proposta è di spingere la moto lungo un asse di legno fino sul tetto della barca ad un metro e mezzo di altezza dal molo, solo il pensiero mi fa inorridire per cui al volo riesco a raggiungere un altro porto dove fra dieci minuti parte il traghetto grande che riporta a terra i camion che portano le banane, faccio la traversata in mezzo ai trasportatori ed ai moscerini ma arriviamo indenni io e la moto, ultima sera e ultimo pescetto nel ristorante di Dario, domani Costa Rica.
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