Dopo l’inferno di ieri una rilassata giornata da turista a Popayan, la città bianca, dei quattro musei in dotazione due sono chiusi, o meglio uno è chiuso per motivi da definire e l’altro non è disponibile in quanto la polizia non ha mandato la guida, almeno questa è la versione del custode che non mi fa entrare, la faccenda che la polizia fornisca le guide ai musei mi risulta alquanto anomala ma abbiamo imparato che a queste latitudini certi misteri sono fermamente destinati a rimanere tali per cui gliela diamo per buona e dirotto sugli altri due piccoli musei che dalle stanze di due antichi palazzi raccontano l’altrettanto antica storia della famiglia Valencia che ha dato alla Colombia un poeta e letterato e poi suo figlio che è diventato presidente della Repubblica negli anni sessanta. Chiusa la parentesi culturale! Il resto della giornata se ne va’ passeggiando per le calli e osservando i mille mestieri che affollano i vialetti della piazza centrale, si va dai tradizionali carrettini con lo zucchero filato agli un po’meno tradizionali carrettini che vendono succhi di frutti sconosciuti dai colori ancora più sconosciuti fino al fotografo armato di macchinettina digitale e cavallino di pezza che fotografa i bambini in groppa al suddetto cavallino e poi li parcheggia con la mamma su una panchina per una mezzoretta fino a quando il negozio all’angolo gli ha stampato la foto da vendergli, penso che se fossi un bambino preferirei di gran lunga una motocicletta rossa ad uno stupido cavallino di pezza, la macchinettina digitale già ce l’ho per cui se in futuro la liquidità per il pieno di benzina dovesse venire meno sappiamo come venirne fuori! La mattina dopo, uscendo dalla città, mentre sono al distributore, si avvicina Fernando detto “Toscano”, di toscano ovviamente non ha proprio nulla ma probabilmente le tre pizzerie che ha con i fratelli e una certa confusione sulla geografia gastronomica italiana gli hanno fatto guadagnare il soprannome e probabilmente anche i pesos per comprarsi una Suzuki V Strom 1000 che in Europa sono riusciti a vendere solo ai Vigili Urbani di Udine ma in Sudamerica pare abbia qualche estimatore in più. Fernando è reduce fresco fresco dal Giro della Pace ovvero un giro della Colombia lungo una ventina di giorni insieme ad gruppone di una settantina di motorettari ma la notiziona è che vitto e alloggio sono offerti dall’esercito nelle varie caserme quindi a carico vanno solo gli extra intesi come benzine varie, pare che la cosa si ripeta ogni anno quindi vi lascio la dritta per la prossima edizione. Si parte dai 1600 metri di altitudine e si comincia a salire, nei primi 60 km ai soliti cantieri ed ai soliti camion, ai quali oramai sono abituato, si aggiungono spesso cedimenti della sede stradale di almeno quindiciventi cm ma il pericolo maggiore sono i ragazzini che stendono da una parte all’altra della strada una lunga corda con degli stracci annodati e mentre stai sopraggiungendo te la tesano davanti al muso della macchina, o della moto…, per poi riabbassarla all’ultimo momento. Assicuro che l’esperienza non è particolarmente avvincente ma, di tutto quanto ho visto finora, qui siamo ai livelli più bassi di povertà, a fianco dei ragazzini anziane donne circondate da altri mocciosi vestiti di stracci stanno sedute sul ciglio della strada allungando la mano verso le macchine che passano per una poco efficace ma altrettanto poco convinta richiesta di elemosina. Alle loro spalle quella che dovrebbe essere l’abitazione non è altro che una baracca di tavole di legno ricoperta da teli di plastica, all’interno, di porte non se ne parla, si intravede quello che è rimasto di un materasso confuso in un mucchio di masserizie, l’acqua è quella che scorre dal fianco della montagna e si raccoglie nel fossato ai lati della strada. Questo è il quadro, certo non fa perdonare il gesto dei ragazzini, ma aiuta a vederlo con un occhio differente. Fra una considerazione e l’altra siamo arrivati a 3200 mt. di altitudine avvolti dalle nuvole che tanto per cambiare non sono un granché benigne, a tratti ha piovuto anche forte ma, come nelle storie che si rispettano, all’orizzonte, senza aver fumato niente di strano, vedo la luce e infatti, cominciando a scendere, il cielo gradatamente si apre e il sole inizia a scaldare e ad asciugare. Dal passo sono sceso fino a 1500 mt, l’orizzonte si è aperto e mi accorgo di guidare su un lungo e ampio altipiano ritagliato da profondi canyon, i riferimenti dell’orizzonte sono lontani e le pareti sono ripide e profonde e ti sembra di guidare sospeso nel cielo. A volte la strada si affaccia su un altro canyon che fa da affluente al principale, per proseguire di poche centinaia di metri devi seguire per qualche km la gola fino a quando, verso la fine, un piccolo ponte ti permette di balzare oltre e di riprendere la strada di prima. Il paesaggio si fa maestoso, quando la strada corre in costa sembra essere appesa alla montagna e dall’altra parte della valle sulle rive scoscese le coltivazioni sembrano sfidare la gravità. L’altipiano sbatte contro un’altra catena di montagne, il paesaggio si fa più angusto, si torna a salire fino a tremila metri e il cielo torna a coprirsi, un altro passo per affacciarsi e scendere nella valle di Pasto e gli ultimi cinque km naturalmente sono sotto la pioggia. La cittadina è alla fine della Colombia ma non è la fine del mondo, qualche reminiscenza coloniale poco abilmente integrata da qualche condominio anni settanta e da qualche edificio moderno dallo stile decisamente inopportuno, quasi in centro non si riesce a non notare un centro commerciale dalla facciata in mattoni che fa molto docks di Liverpool ma molto poco Sudamerica. Poco male, una veloce e triste cena in un ristorante spagnolo che di spagnolo ha solo i manifesti appesi alle pareti e sul menù i soliti piatti colombiani e poi a dormire, domani entro in Ecuador. Di certo non rimpiangerò la cucina della Colombia ma so di lasciarmi indietro i suoi paesaggi, i suoi colori e soprattutto la sua gente, con una fama pessima nel mondo, con i loro visi duri ma con i loro sorrisi fatti con gli occhi e soprattutto con il cuore.
lunedì 20 febbraio 2012
mercoledì 8 febbraio 2012
Per chi non ne avesse avuto abbastanza, chiusa la parentesi cronologica...
...si torna indietro nel tempo e si torna in Colombia, il villaggio è Gigante, ma lo è solo di nome perchè in tutto farà si e no 10/12 quadre ( intese come isolati ) di circa una cinquantina di metri di lunghezza per cui fatevi un pò di conti quanto non è grande, l'attrazione del villaggio è una ceiba di circa trecento anni, sarebbe un albero tipico, che troneggia nella piazza principale. Il dubbio è se raccogliere l'invito di Marta e fermarsi per i festeggiamenti o mantenere i programmi e proseguire verso il sito di S.Agustin e fermarsi là, la decisione è rimandata alla mattina e la mattina si annuncia con un solenne mal di testa, escludendo questioni etiliche presumo che la causa siano gli sbalzi di altitudine, ma attendo conferme dai lettori medici...Vuoi il mal di testa, vuoi la curiosità per una festa di matrimonio decido di fermarmi. La mattinata passa veloce con una visita al villaggio e al mercato, il pomeriggio ancora più veloce con una pennica e nel tardo pomeriggio cominciano ad arrivare gli invitati ma l'ennesima frana ha bloccato la strada dal villaggio vicino e molti di loro sono stati tagliati fuori, la festa non decolla e verso mezzanotte, quindi circa cinque ore prima del previsto, l'orchestra si ritira e gli invitati di conseguenza anche. Un pò di delusione ma il riposo ne guadagna.
Per S.Agustin mancano solo 150 km, la strada continua a seguire l'ampia valle del Rio Magdalena, di tanto in tanto imbocca alcuni stretti canyon dove ci sono ancora i segni degli smottamenti del giorno precedente. L'atmosfera è da domenica del villaggio, quella che viene subito dopo quella del sabato omonimo, solo che mentre il sabato, come insegna il poeta, ci si prepara alla festa, la domenica la festa si fa! Gita in campagna con quello che offre la casa, ovvero motorini e biciclette, la bici fa quello che può, ma con un pò di fantasia in motorino si viaggia anche in quattro, lui guida, compatibilmente con la "resaca" del sabato sera, che sarebbe il doposbornia, lei dietro, il piccolo seduto sul serbatoio e la un pò meno piccola appesa al portapacchi dietro, borse con derrate alimentari di lato, raramente occhiali anti moscerini, di casco non se ne parla. I campi di calcio sono in fermento ma ancora più in fermento i prati con le griglie tutto intorno e le casse di birra che viaggiano più veloci dei giocatori. In poco più di due ore e mezza arrivo a S. Agustin, tanto per cominciare ad orientarmi mi fermo in un panificio a bere un caffè che con due biscotti di contorno mi costa 1000 pesos colombiani, ovvero mezzo dollaro, per l'ostello invece spendo ben sette dollari e mezzo, la stanza sarebbe da quattro con il bagno in comune ma sono l'unico ospite per cui è come averlo affittato tutto. L'indomani si fa il turista, la zona archeologica è a pochi km dal villaggio, sul bus vengo letteralmente catturato da Olga Lucia che sarebbe una guida momentaneamente in ferie ma non si fa scappare l'occasione, ci accordiamo e così passeggiando nella giungla da una radura all'altra mi racconta la storia degli agostiniani che per un paio di migliaia di anni hanno imperversato nella zona fino al 1300 AC per poi sparire da un giorno all'altro senza un perchè ma soprattutto senza una lettera, senza una cartolina, niente, lasciandosi però dietro raffigurazioni in pietra alte fino a sei metri di animali e uomini, con l'immancabile corredo di tombe, sarcofaghi e quant'altro. Alla fine non mi racconta solo degli agostiniani e delle loro statue ma anche qui c'è di mezzo il solito italiano che si è insinuato nella sua vita forse scambiandola con una scorciatoia per il visto di immigrazione. Continuiamo a rimediare figure da peracottari...
Per S.Agustin mancano solo 150 km, la strada continua a seguire l'ampia valle del Rio Magdalena, di tanto in tanto imbocca alcuni stretti canyon dove ci sono ancora i segni degli smottamenti del giorno precedente. L'atmosfera è da domenica del villaggio, quella che viene subito dopo quella del sabato omonimo, solo che mentre il sabato, come insegna il poeta, ci si prepara alla festa, la domenica la festa si fa! Gita in campagna con quello che offre la casa, ovvero motorini e biciclette, la bici fa quello che può, ma con un pò di fantasia in motorino si viaggia anche in quattro, lui guida, compatibilmente con la "resaca" del sabato sera, che sarebbe il doposbornia, lei dietro, il piccolo seduto sul serbatoio e la un pò meno piccola appesa al portapacchi dietro, borse con derrate alimentari di lato, raramente occhiali anti moscerini, di casco non se ne parla. I campi di calcio sono in fermento ma ancora più in fermento i prati con le griglie tutto intorno e le casse di birra che viaggiano più veloci dei giocatori. In poco più di due ore e mezza arrivo a S. Agustin, tanto per cominciare ad orientarmi mi fermo in un panificio a bere un caffè che con due biscotti di contorno mi costa 1000 pesos colombiani, ovvero mezzo dollaro, per l'ostello invece spendo ben sette dollari e mezzo, la stanza sarebbe da quattro con il bagno in comune ma sono l'unico ospite per cui è come averlo affittato tutto. L'indomani si fa il turista, la zona archeologica è a pochi km dal villaggio, sul bus vengo letteralmente catturato da Olga Lucia che sarebbe una guida momentaneamente in ferie ma non si fa scappare l'occasione, ci accordiamo e così passeggiando nella giungla da una radura all'altra mi racconta la storia degli agostiniani che per un paio di migliaia di anni hanno imperversato nella zona fino al 1300 AC per poi sparire da un giorno all'altro senza un perchè ma soprattutto senza una lettera, senza una cartolina, niente, lasciandosi però dietro raffigurazioni in pietra alte fino a sei metri di animali e uomini, con l'immancabile corredo di tombe, sarcofaghi e quant'altro. Alla fine non mi racconta solo degli agostiniani e delle loro statue ma anche qui c'è di mezzo il solito italiano che si è insinuato nella sua vita forse scambiandola con una scorciatoia per il visto di immigrazione. Continuiamo a rimediare figure da peracottari...
domenica 5 febbraio 2012
Avviso ai naviganti...
...del blog (bis). Bis perchè ce ne è già stato uno qualche mese fa...Dopo lunga riflessione, ogni tanto capita anche di dover pensare, ho preso la solenne decisione di aprire una piccola parentesi cronologica. Come più o meno si sà, se a qualcuno non è sfuggito..., le stupidaggini che scrivo non sono riferite a fatti che avvengono in tempo reale ma in differita di qualche settimana; "pigrizia!" direte voi maligni, " no!", inizio tardivo delle trasmissioni, tempo non sempre a disposizione fra una una smotorettata e l'altra, connessioni a volte introvabili e quasi sempre improbabili...varie ed eventuali! Comunque bando alle ciance, la parentesi cronologica è aperta sul presente e l'annuncio è che da qualche giorno l'avventura è conclusa, il traguardo è raggiunto, abbiamo spezzato le reni anche all'Argentina e dopo 33mila km, 27 settimane,più di cento alberghi, un paio di ospitali case private e una tenda, due influenze e tre cambi di gomme e molto altro siamo arrivati alla fine del mondo.Dopo aver traghettato sullo stretto di Magellano, aver attraversato la Terra del Fuoco, scollinato il passo Garibaldi, essersi affacciati sul Canale di Beagle, aver raggiunto Ushuaia, considerata la città più a sud del mondo,percorsi gli ultimi 20 km di sterrato sulla Ruta 3 siamo finalmente andati a sbattere sul mitico cartello che tradizionalmente la chiude. Quasi 60° di latitudine sud, pochi km a Est l'Oceano Atlantico, pochi km a Ovest l'Oceano Pacifico, di fronte, a Sud oltre il canale, il villaggio cileno di Port Williams, l'isola Navarino e pochi scogli fra cui Capo Horn e a solo un migliaio di km di mare le coste e i ghiacci dell'Antartide! Mica balle...!
Si chiude la perentesi cronologica, credo che un tanto fosse dovuto, per chi lo vuole dalla prossima si torna indietro e le storie continuano, si torna al nord, e io fra non molto torno a casa!
Si chiude la perentesi cronologica, credo che un tanto fosse dovuto, per chi lo vuole dalla prossima si torna indietro e le storie continuano, si torna al nord, e io fra non molto torno a casa!
martedì 31 gennaio 2012
La tappa successiva non è lontana, Salento, zona caffetera a circa 250 km da Medellin, la strada comincia presto a salire, i camion cominciano ad occupare la sede stradale con le loro andature sbuffanti e tanto per cambiare comincia ogni tanto a piovvigginare, fra una nuvola e l'altra spuntano sulle pendici delle colline le pallette verde scuro delle piante del caffè, le prime impressioni di ordine e pulizia si confermano, piccole stradine sterrate lasciano la strada principale per andare ad arenarsi nei cortili delle aziende circondate dagli anelli concentrici delle coltivazioni. Per raggiugere Salento si lascia la strada principale prima degli ultimi 15 km , mi fermo ad un posto di controllo e la notizia è che "pare" che la strada sia chiusa per la solita frana, quel "pare" non mi convince e proseguo, se non ci arrivo si cerca un'alternativa. La strada è stretta, e comincia attraversando piccole valli verdeggianti con il fiumiciattolo di ordinanza, poi sale e alterna tratti in cui si snoda a fianco delle colline ad altri in cui corre in cresta, in effetti la frana c'è ma ci stanno lavorando e in pochi minuti liberano una corsia e a senso alternato si passa, un rettilineo in salita lungo qualche centinaia di metri fra due file di case culmina sulla piazzetta centrale e il villaggio finisce lì, contratto una sistemazione per la notte in un alberghetto e vado in visita. Dalla piazzetta parte una via che concentra tutte le attività, l'atmosfera è mista, qualche turista dal solito aspetto un pò alternativo e molti turisti locali, che riescono decisamente a mimetizzarsi meglio degli altri con l'ambiente, convivono con la quotidianità degli indigeni. Sport nazionale del villaggio è il biliardo, specialità carambola, ci sono un paio di sale che quando ci entri sembra di essere finito in un film anni quaranta, pavimento in travoloni consumati e lisi almeno tanto quanto i tavoli e tutta l'attrezzatura da gioco, i punti si segnano spostando degli anelli di legno infilati su un cavo che corre in alto da una parte all'altra della sala, sul bancone di lamiera troneggia una macchina da caffè italiana che ha accompagnato il locale in tutti i 109 anni della sua esistenza, molto pomposamente mi filtrano un caffè e altrettanto pomposamente mi spiega che di cambiarla non se ne parla e quando si rompe oramai si è imparato come aggiustarla, quindi non c'è problema! Per la cronaca un caffè costa 700 pesos colombiani, pari a 35 centesimi di dollaro, pari a circa 0.27 euro...! Fuori dal locale legato ad un palo con del filo di ferro un dente di legno e una signora che con la mano destra impasta e tira una specie di pasta gommosa che pare commestibile, con la sinistra riempie la coppetta, la porge, ritira i soldi e dà il resto, igienicamente ineccepibile, la sostanza non è male, non ricordo il nome ma scoprirò qualche giorno dopo che la base da cui si parte sono zoccoli di vacca bolliti, come si dice però sono ancora qui a raccontarlo e con lo stomaco intatto...Alle 18.40 rientro in albergo per la cena e scopro che la cucina ha chiuso quasi un'ora prima, mossi però a compassione si riesce a recuperare una trota e a buttarla in padella.
L'obbiettivo successivo è S.Agustin, altro villaggio sperduto delle Ande ma a qualche centinaio di km di distanza, qualche perchè le distanze non sono chiare sulla mappa e soprattutto, considerati i problemi di frane e di alluvioni, i tempi sono un incognita. Innanzitutto si deve passare nella valle più ad Est scollinando la Cordigliera, e la cosa non sarà così facile. Siamo a 800 mt di altitudine, passo la città di Armenia e la strada comincia a salire e io a lottare con i camion, man mano che si sale i veicoli si infittiscono fino a diventare una fila unica, di tanto in tanto, vuoi per un cantiere, vuoi per una frana si viaggia a senso unico alternato ma la cosa non è sicura, può essere che si incroci all'improvviso qualche cane sciolto esasperato che prima o poi viene fermato dalla polizia. Quando ci sono i rallentamenti si creano dei centri commerciali spontanei ambulanti, si vende acqua, bibite fresche, frutta secca e non, cappelli di paglia, occhiali da sole e cavi per la ricarica dei cellulari, se in zona c'è qualche corso d'acqua anche pesce fresco e a volte altre derrate alimentari di natura assolutamente indistinguibile. Il traffico è formato per il 70 % di camion, un 20% di minibus e il resto vetture, a due ruote ci sono io e uno sciame di motorini che trasportano da una a quattro persone. Quasi tutti viaggiano sui 15/20 ma qualcuno arranca a 7/8 kmh, Si supera indifferentemente a destra e a sinistra, come capita, in prossimità dei tornanti c'è qualcuno che, in cambio di qualche spicciolo gettato dal finestrino, segnala al camion in salita se la strada è libera oppure ferma quello che sta scendendo per dar modo al primo di poter invadere la corsia opposta, quando il camion che sale lascia il varco libero mi butto e lo sorpasso sulla destra stringendo la curva. In meno di 30 km si sale fino a 3800 mt, i panorami sono indescrivibili, ampie vallate con boschi e pascoli scorrono sotto di noi, un tratto di strada in mezzo alle nuvole poi sopra ritroviamo il sole. Si comincia a scendere e la solfa non cambia, incrocio una coda di 15 km di veicoli fermi in attesa del loro turno per affrontare il passo. A fondovalle scorre il Rio Magdalena, sono in mezzo a due cordigliere che fra qualche centinaio di km si riuniranno per formare quella andina. Un cartello segnala 370 km per S. Agustin, sono le 13.30 ed è impensabile farcela prima di sera, cerco di arrivare più vicino possibile e man mano che proseguo cerco di prendere informazioni sui villaggi seguenti per capire se c'è modo di trovare sistemazioni per la notte. Scopro anche che dopo S. Agustin per andare verso l'Ecuador dovrò ritornare a scavalcare le montagne e che volendo risparmiare 200 km mi dovrò cuccare 80 km di sterrato ma la strada è frequentata e non dovrebbe essere male. Sulla strada, e sta cominciando a fare scuro, trovo una specie di motel con ristorante che sembra avere un aspetto discreto e decido che per oggi può essere sufficiente.
Durante la cena Marta si siede al mio tavolo e mi invita alla festa di matrimonio che domani verrà allestita a bordo piscina, lei è amica di famiglia e deve cucinare per tutti quindi non c'è problema, beh...domani ci si pensa!
L'obbiettivo successivo è S.Agustin, altro villaggio sperduto delle Ande ma a qualche centinaio di km di distanza, qualche perchè le distanze non sono chiare sulla mappa e soprattutto, considerati i problemi di frane e di alluvioni, i tempi sono un incognita. Innanzitutto si deve passare nella valle più ad Est scollinando la Cordigliera, e la cosa non sarà così facile. Siamo a 800 mt di altitudine, passo la città di Armenia e la strada comincia a salire e io a lottare con i camion, man mano che si sale i veicoli si infittiscono fino a diventare una fila unica, di tanto in tanto, vuoi per un cantiere, vuoi per una frana si viaggia a senso unico alternato ma la cosa non è sicura, può essere che si incroci all'improvviso qualche cane sciolto esasperato che prima o poi viene fermato dalla polizia. Quando ci sono i rallentamenti si creano dei centri commerciali spontanei ambulanti, si vende acqua, bibite fresche, frutta secca e non, cappelli di paglia, occhiali da sole e cavi per la ricarica dei cellulari, se in zona c'è qualche corso d'acqua anche pesce fresco e a volte altre derrate alimentari di natura assolutamente indistinguibile. Il traffico è formato per il 70 % di camion, un 20% di minibus e il resto vetture, a due ruote ci sono io e uno sciame di motorini che trasportano da una a quattro persone. Quasi tutti viaggiano sui 15/20 ma qualcuno arranca a 7/8 kmh, Si supera indifferentemente a destra e a sinistra, come capita, in prossimità dei tornanti c'è qualcuno che, in cambio di qualche spicciolo gettato dal finestrino, segnala al camion in salita se la strada è libera oppure ferma quello che sta scendendo per dar modo al primo di poter invadere la corsia opposta, quando il camion che sale lascia il varco libero mi butto e lo sorpasso sulla destra stringendo la curva. In meno di 30 km si sale fino a 3800 mt, i panorami sono indescrivibili, ampie vallate con boschi e pascoli scorrono sotto di noi, un tratto di strada in mezzo alle nuvole poi sopra ritroviamo il sole. Si comincia a scendere e la solfa non cambia, incrocio una coda di 15 km di veicoli fermi in attesa del loro turno per affrontare il passo. A fondovalle scorre il Rio Magdalena, sono in mezzo a due cordigliere che fra qualche centinaio di km si riuniranno per formare quella andina. Un cartello segnala 370 km per S. Agustin, sono le 13.30 ed è impensabile farcela prima di sera, cerco di arrivare più vicino possibile e man mano che proseguo cerco di prendere informazioni sui villaggi seguenti per capire se c'è modo di trovare sistemazioni per la notte. Scopro anche che dopo S. Agustin per andare verso l'Ecuador dovrò ritornare a scavalcare le montagne e che volendo risparmiare 200 km mi dovrò cuccare 80 km di sterrato ma la strada è frequentata e non dovrebbe essere male. Sulla strada, e sta cominciando a fare scuro, trovo una specie di motel con ristorante che sembra avere un aspetto discreto e decido che per oggi può essere sufficiente.
Durante la cena Marta si siede al mio tavolo e mi invita alla festa di matrimonio che domani verrà allestita a bordo piscina, lei è amica di famiglia e deve cucinare per tutti quindi non c'è problema, beh...domani ci si pensa!
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