Dal momento in cui abbiamo cominciato a rilassarci dopo aver
recuperato un tetto per la notte Byron e Roelof hanno cambiato almeno tre o
quattro programmi per il giorno successivo, sveglia nella notte per ripartire
verso nord ed andare a vedere l’arrivo della tappa successiva, sveglia un po’
più tardi per andare a vedere la partenza e forse anche l’arrivo, sveglia a
caso per una giornata senza programmi molto definiti ma sempre con l’idea di
seguire la gara. Alla fine facciamo colazione insieme verso le otto e mezza,
l’ultima decisione è di partire prima di quanto previsto nell’ultimo programma
ma ieri sera si erano accordati con una cameriera dell’hotel per un lavaggio di
biancheria che ovviamente non è ancora completato, mentre cercano di spiegare
alla fanciulla incredula che la roba se la portano via bagnata in un sacco e
non serve asciugarla e stirarla io mi carico la moto, saluto e parto. Esco
dalla città scortato dai camion dell’organizzazione, la strada segue un paio di
tornanti per risalire sull’altopiano che la spalleggia poi parte dritta come un
fuso in mezzo al deserto per arrivare ad incrociare la solita Panamericana che
va verso sud… oppure nord a seconda di quello che serve… Pochi km fuori dalla
città c’è fermento, i piloti sono già partiti e stanno per incrociare la strada
principale prima di perdersi nel deserto verso nord, mi fermo e aspetto il passaggio sorridendo ma anche un
po’ dispiaciuto per Byron e Roelof che sono in albergo a lottare con la
cameriera per le loro mutande bagnate mentre comodocomodo aspetto che la gara
mi passi davanti al naso. La targa italiana della moto intanto fa un’altra
vittima, si avvicina Annalisa di Livorno che adesso non è più di Livorno ma è
di Vina del Mar che è vicino a Valparaíso detto Valpo che è vicino a Santiago
che è a metà del Cile e ne è la capitale e Annalisa è di Vina del Mar perché ci
ha sposato un ufficiale della Marina cilena e ci ha fatto un paio di figli. Si
chiacchiera del più e del meno meno che del passato militare del Cile che
ovviamente, essendo suo marito appunto un militare, è argomento tabù, anzi
diciamo che è un intervallo di tempo che non viene contemplato dalla storia,
una forma di revisionismo un po’ personalizzata … Comunque fra una chiacchiera
e l’altra passa qualche pilota, i figli di Annalisa cominciano ad annoiarsi e
io anche per cui ci ripromettiamo di rivederci a Valparaíso e ci salutiamo,
loro non so dove vanno invece io vado verso S. Pedro de Atacama, raggiungo la
Panamericana, che per me va verso sud, e accompagnato ormai solo dai pick up
rossi delle compagnie minerarie mi ributto fra le sabbie e le pietraie del
deserto cileno. S. Pedro è quasi sotto le Ande, dopo qualche cento km lascio la
Panamericana e punto verso est , il panorama non cambia, deserto e ancora
deserto, ogni tanto qualche curva per superare qualche increspatura del terreno
spezza la monotonia di rettilinei che arrivano fino a cento km di lunghezza. Di
tanto in tanto un cartello con un numero o con il nome di una concessione
segnala una diramazione, dal nastro di asfalto parte una strada sterrata che si
perde chissà dove verso le montagne, poco prima di S. Pedro entro e percorro un
vallone segnato da due creste di rocce rosse che emergono dal terreno e
sembrano le schiene di due enormi aragoste
cucinate e seminsabbiate. Il villaggio da alcuni anni è molto gettonato dagli
amanti del trekking e delle escursioni e
questo non fa bene né ai prezzi né alla sua primitiva atmosfera diciamo
così…rurale…! La via centrale è lastricata ma tutto intorno le strade sono di sabbia
e stridono con l’immagine ricercata e a volte quasi raffinata dei ristoranti e
delle agenzie turistiche. Fatico a trovare da dormire, alla fine combino in una
specie di ostello dove mi estorcono 30 dollari per una camera con un bagno a
fianco che avrebbe dovuto essere solo di pertinenza sua e invece era di
pertinenza di tutto il mondo ma ormai è quasi sera e non ci sono alternative, ci
si tappa il naso, si va a cena e poi a dormire. Sembra ridicolo ma l’attrazione
principale dei dintorni è un deserto, in effetti non ci sarebbe solo quello ma
evidentemente la natura ha gratificato questo strano lembo di terra con
svariate attrazioni naturali tipo geyser, vulcani, laghi e laghetti che sono meta
di ogni tipo di escursioni, il famoso deserto di Atacama è ad una cinquantina
di km verso sud ma la strada poi si perde nel nulla e si deve ritornare
indietro. Naturalmente nei trenta dollari della camera non è compresa la
colazione, per un caffè con un paio di
fette di pane mal tostate e un succo di arancia in una caffetteria sulla strada
se ne vanno altri dieci dollari ma soprattutto non aiutano a far partire bene
la giornata, sarà una cosa , sarà un’altra, saranno tutte insieme ma lo stato
d’animo non è alle stelle, dopo alcuni km comincio a chiedermi se veramente
vale la pena di sciropparsi altri cento km di deserto per andare a vedere un
altro deserto dopo che sto viaggiando in mezzo al deserto da non so quanti giorni, la risposta arriva
presto, rallento giro la moto e ritorno indietro, attraverso il villaggio,
saluto tutti, si fa per dire…, e riprendo il mio cammino verso quella
Panamericana che va verso sud. Dopo cinque mesi di viaggio e circa
ventisettemila km la motoretta comincia a dare qualche timido segnale di
stanchezza, le luci anabbaglianti ogni tanto mi mollano e anche gli abbaglianti
per non essere da meno si adeguano ma soprattutto sono agli sgoccioli con le
gomme, l’anteriore è ormai alla fine e anche alla posteriore manca poco, la
città degna di tale nome più a portata di mano è Antofagasta, la raggiungo
verso ora di pranzo, all’apertura devo girare avanti e indietro per quasi due
ore e lo spacciatore di pneumatici che mi hanno consigliato e che dovrebbe
avere tutto ha solo un anteriore di un modello non pervenuto, mi farebbe anche
un buon prezzo ma controllo la data di produzione stampigliata sul fianco è di
dieci anni fa il che vuol dire che potrebbe andare bene giusto come parabordo
per una zattera ma di montarla su un cerchio e correrci sopra non è il caso,
declino l’offertona e mi rimetto in sella, la prossima opzione sarebbe La
Serena, altri ottocento km se non mi esplode il copertone prima, comunque sono
le quattro del pomeriggio e quindi per oggi non se ne parla, come tappa
intermedia scelgo Taltal, sulla carta è un puntino sulla costa del Pacifico a
circa 150 km da dove mi trovo ma in realtà non ho idea di cosa mi aspetti, esco
da Antofagasta, prendo una strada secondaria che porta verso la costa e nella
solitudine più assoluta raggiungo il mare, nelle tre ore che impiego per
arrivare incrocio ben due macchine e un pullman, per il resto solo il vapore
del mare che arriva con il vento del pomeriggio. Taltal è carina, una piccola
località balneare che sembra essersi fermata agli anni trenta, e meriterebbe forse un giorno di sosta ma
domani è venerdì e se non cambio la gomma domani devo aspettare fino a lunedì e
non credo che il luogo offra svaghi degni di una sosta così lunga. Forse per
simpatia forse per altri motivi ma ai segni di usura della moto cominciano ad
aggiungersi anche altri segni di usura più personalizzati. Già da ieri convivo
poco felicemente con un paio di ulcere che si sono presentate in bocca,
normalmente non sono particolarmente fastidiose ma mangiare una mollica di pane
diventa come masticare una lametta da barba, comunque mi spiego facilmente con
la farmacista di turno e inizia l’esperimento con la pomata cilena, domani
continua la caccia ai pneumatici.
domenica 1 luglio 2012
lunedì 4 giugno 2012
Stavolta si parte proprio all’alba, carichiamo le moto al
buio, usciamo sullo stradone e mentre spuntano i primi raggi di sole riusciamo
a rimediare un caffè con qualche biscotto nell’unico chiosco aperto. Da Cuya ad
Iquique ci sono circa duecento km di sabbia, pietraie, fiumi in secca ma non un
villaggio e men che meno un distributore, con il mio serbatoio da 30 litri non
dovrei avere problemi di autonomia ma le due KTM di Roelof e Byron rischiano di morire di sete a metà strada.
Pare che fra una ventina di km ci sia un altro chiosco e ”forse”… “potrebbe
essere”…”alle volte” il tipo ha della benzina da vendere. Ci mettiamo in
marcia, i due giovanotti viaggiano piuttosto allegri davanti a me, passano a
spanne una ventina di km e vedo sfilare alla mia destra un piazzalone di ghiaia
arretrato dalla strada di un centinaio di metri, in fondo al piazzalone una
baracchetta con una timida insegna di ristorante e una macchina parcheggiata
davanti, i ragazzi hanno tirato diritto ma mi viene il sospetto che potrebbe
essere proprio quello il posto della benzina, faccio inversione ed entro nella
baracchetta, un paio di tavolini in legno, qualche sedia di pertinenza, una
tenda e dietro la tenda un paio di uova
stanno friggendo sotto le cure attente della titolare, la benzina è fondamentale
per cui recupero il sorriso che di
solito riservo ai funzionari delle dogane quando mi servono i permessi di
importazione per la moto e chiedo. La benzina potrebbe esserci ma bisogna
chiedere al figlio che è disperso da qualche parte nel retro ma la priorità in
questo momento sono le uova e il resto della colazione del signore seduto al
tavolino, quindi mettersi in lista e aspettare. Esco e mi affaccio sulla
strada, i ragazzi sono fermi sul ciglio un paio di km più avanti, mi sbraccio e
li faccio tornare indietro, rientro nella baracchetta e la questione colazione
è stata risolta, la cuoca va in cerca del figlio e lo trova, il figlio va in
cerca della tanica e la trova, dei venti litri disponibili ne prendo un paio
tanto per essere tranquillo mentre il resto se lo dividono gli altri due che
concordano pienamente sul fatto che mi sia guadagnato una bevuta gratis.
Iquique ( che tanto per dire si legge Ichiche…) e la sveglia in piena notte non sono dovute al
caso, la città cilena ospita oggi una tappa della Dakar che anche quest’anno è
partita dall’Argentina e dopo il Cile si trasferisce in Perù per terminare a
Lima, Più che viaggiatori Byron e Roelof sono appassionati di enduro e il loro
tour sudamericano punta molto a giocare sugli sterrati della cordigliera ed a
seguire per qualche giorno la gara. l’arrivo dei piloti è previsto a qualche
ora del pomeriggio ma già a fine mattinata l’atmosfera nei dintorni della città
è elettrizzata. Al traffico quotidiano di una città di duecentomila abitanti si
aggiungono le carovane di macchine e di camion più o meno sponsorizzati che si
mescolano alle carovane di appassionati che arrivano e ripartono sparpagliandosi
nel deserto per andare a cercare una
postazione dove aspettare il passaggio dei piloti. Al distributore conosciamo
Javier, secondo Javier è troppo complicato spiegarci dove andare a vedere
l’arrivo per cui ci propone di seguire lui con i suoi amici. Byron e Roelof
sono molto più attrezzati e leggeri di me per uscire dall’asfalto, chiedo a
Javier ma sono pochi km e la strada è buona quindi mi aggancio. Un paio di km
verso la città poi comincia la terra, qualche buca ma il fondo è duro e buono,
attraversiamo una discarica, Javier con la sua Toyota comincia ad accorciare le
traiettorie inventandosi nuovi percorsi fuori dalla pista battuta e immediatamente
comincia a diventarmi un po’ antipatico, durante una di queste escursioni fuori
dalla pista affrontando una salita i trecento e passa chili della moto carica
si fanno notare, i pneumatici sfondano la crosta superficiale e affondano nella
sabbia ma riesco a venirne fuori da solo con i complimenti di Roelof, ci
fermiamo per un veloce raggruppamento , stando alle prime informazioni la
postazione avrebbe dovuto essere poco fuori dalla città, chiedo quanto
manca…ancora mezzora…, Javier diventa ancora più antipatico ma non ci si tira
indietro e il gruppo riparte. La strada comincia a perdersi fra le prime colline del deserto che circonda
la città, Javier con il suo fuoristrada fa il cretino su e giù per le dune,
Byron arriva lungo su una curva e si insabbia fino ai mozzi, in qualche modo lo
tiriamo fuori, la terra battuta spesso si trasforma in morbido pietrisco che
non aiuta né lo spirito né tantomeno la stabilità della moto, quando invece
nelle zone più esposte al vento che arriva dal mare e dalla spiaggia il fondo
si ricopre di morbidissima sabbia ed ecco che rimanere in piedi diventa un
bell’affare. La ruota anteriore tende a piantarsi nella sabbia e a piegare il
manubrio rischiando di farmi cappottare, bisognerebbe tenere alta la velocità
per far “galleggiare” la moto ma hai voglia a far galleggiare tutto il carico che
mi porto dietro, la tensione è alta, rischiare di cadere e rompermi qualcosa o
rompere qualcosa sulla moto vorrebbe dire probabilmente mandare all’aria il
resto del viaggio e chiuderlo adesso che il traguardo della Terra del Fuoco è
quasi davanti al naso sarebbe molto ma molto seccante…tanto per dirla in modo
elegante…! L’inferno dura 24 km, 24 km di irripetibili litanie che però mi fanno raggiungere indenne la postazione,
Javier ormai non ha più chances di tornarmi simpatico nemmeno con la birra
ghiacciata che toglie dalla borsa frigo che ha nel bagagliaio e mi offre
sorridente. Il GPS segna 800 metri di altitudine e il mare è sotto di noi ad un
paio di km, una lunga discesa e sulla spiaggia l’accampamento che aspetta i
piloti. Lungo tutti i 24 km di inferno sabbioso che abbiamo percorso abbiamo
incontrato giusto un paio di macchine ma adesso sembra di essere a Copacabana.
Dal nulla si sono materializzate centinaia di persone che affollano le dune
circostanti e che scorrazzano su e giù con qualsiasi mezzo abbia un motore e un
certo numero di ruote, da due in su, più o meno adatte a girare sulla sabbia e
a far divertire il conducente. L’atmosfera è elettrizzata dall’attesa dei
piloti ma per il resto lo stato d’animo non è al massimo, l’avvicinamento con i suoi 24 km di deserto
non è stato per nulla entusiasmante, l’idea di doverli rifare al contrario non
aiuta inoltre dal mare tira un forte quanto fastidioso vento che riempie gli occhi
di sabbia e costringe di continuo a riporre la macchina fotografica per
proteggerla. I piloti sono in ritardo rispetto al previsto quindi rimaniamo
quasi due ore a farci levigare il naso dalla sabbia prima di veder passare il
primo, dopo ore di gara arrivano naturalmente alla spicciolata, prima uno,
passano alcuni lunghi minuti poi una coppia, altri minuti ancora più lunghi poi
un altro, una pausa poi un altro ancora, i primi naturalmente sono belli
grintosi ma gli altri sembrano in gita di piacere, insomma… due palle infinite.
Dopo le moto arriva qualche macchina, i camion, forse i più spettacolari, sono
ugualmente in ritardo ma sta diventando tardi e dobbiamo recuperare un albergo
e temiamo non sarà facile per cui verso le cinque del pomeriggio molliamo
Javier e la compagnia e ci ributtiamo sulla pista per tornare in città. Sarà
perché sapevo cosa mi aspettava ma per tornare in città non servono tutte le
litanie dell’andata e ne risparmio quindi qualcuna per le prossime occasioni
che so non mancheranno, arriviamo in città e riusciamo a risolvere un problema
a Byron che aveva esaurito le pastiglie del freno posteriore poi tocca al tetto
per la notte. Come previsto la città è in subbuglio, dopo quindici alberghi
abbiamo rimediato una tripla in uno squallidissimo ostello e senza nemmeno il
garage, prima di confermarla continuiamo a cercare finché dopo altri tre
tentativi ne recuperiamo un’altra non
particolarmente più appetibile ma soprattutto dotata di un cortile chiuso per
le motorette. Un’altra lunga giornata si conclude, come promesso la cena viene
accompagnata da una solenne quantità di vino cileno offerto dai ragazzi, poi,
motivatamente felici, ci si schianta a letto! Ognuno nel suo...;)
sabato 19 maggio 2012
Altra sveglia, stavolta non a notte fonda ma all’alba per
saltare sul minibus per il porto, con grande sorpresa mi ritrovo seduti a
fianco Byron e suo figlio Andrés anche
loro in gita turistica, molto stupore che si mescola al piacere di
rivedersi e nel frattempo si arriva
all’imbarcadero. A fianco del molo sono ormeggiate decine di lance che non
sembrano essere proprio fresche di cantiere ma oramai siamo abituati ad una
certa “trasandatezza , ci sfiliamo dalle altre barche, il motore borbotta in
maniera poco convincente ma in qualche maniera cominciamo a navigare, è una
bella giornata di sole e le acque sono tranquille e di un azzurro intenso. Da
centinaia di anni gli Uros vivono isolati dal mondo sui loro arcipelaghi di
isole galleggianti, dalle rive del lago tagliano le zolle di terra e le legano
fra di loro a formare una specie di zattera galleggiante, le radici della canna,
crescendo, saldano fra di loro le zolle e si ispessiscono fino a raggiungere i
quattro metri di profondità, la parte della canna che sta quasi sommersa è
bianca, eliminando la parte esterna fibrosa rimane quella interna che ha una consistenza
spugnosa e si mangia mentre con la parte aerea più legnosa ci costruiscono le
capanne, le barche oppure vengono distese sull’isola in vari strati incrociati
e ci si cammina sopra fino a quando si saturano di acqua e vengono sostituite. Ogni
isola ospita un gruppo familiare che si presenta ai visitatori, racconta loro il
proprio stile di vita, mostra le capanne in cui vivono, offre un piccolo spettacolino
canoro e propone alcuni souvenir più o meno prodotti in casa, le barche dei
tour visitano le isole a rotazione per
far sì che tutti a turno abbiano la possibilità di racimolare qualche soldino
per rinvigorire il bilancio familiare e forse, almeno così te la vendono…, per
riuscire a mandare qualcuno dei figli a studiare. La mattinata se ne vola via
fra le acque tranquille del lago e i sorrisi ingenui e accattivanti degli
indigeni, si rientra a Puno per un
saluto ai ragazzi di Medellin, che se non ci si incrocia ancora dovrebbe essere
l’ultimo, poi loro ripartono subito verso la Bolivia mentre io aspetto domani
per dirigermi verso il Cile. Cile vuol dire andare a riprendere la
panamericana, quindi vuol dire tornare a Ovest verso il mare quindi vuol dire
ripassare le Ande, la strada principale tornerebbe verso Nord per poi dirigersi
a Ovest, raggiungere Arequipa e poi Sud fino a Tacna e il confine ma così mi
pare di fare il giro del mondo. La cartina che ho recuperato a Nasca non è quel
che si dice un capolavoro della tecnica topografica e cartografica, la data di
stampa è destinata a rimanere un mistero misterioso e alcuni segni potrebbero
corrispondere ad una bellissima strada asfaltata come ad una impervia
mulattiera di montagna, una linea piuttosto incerta unisce direttamente Puno
con Moquegua tagliando fuori il lungo giro per Arequipa, con qualche difficoltà
riesco ad imboccare la strada che corrisponde a quel geroglifico, mi fermo a
fare benzina e dopo un terzo grado al giovane di bottega stabiliamo che la
strada è buona ed asfaltata. Dai tremila del lago Titicaca si sale fino a 4000
metri, come al solito con le montagne arrivano le nuvole e non sia mai che con
le nuvole non arrivi anche la pioggia, la temperatura, che già a quell’altezza
non era caraibica, crolla vergognosamente. Mi fermo per aggiungere
all’abbigliamento una felpa e la tuta antipioggia, il vasto altipiano che ho
raggiunto è circondato da alte cime innevate, dopo pochi km la pioggia comincia
a solidificarsi e diventa una sottile polvere di ghiaccio che sul casco suona come
fossero piccoli sassolini, supero una selletta e la strada è una pennellata di
asfalto nero sul paesaggio imbiancatosi improvvisamente, durante la notte sono
caduti almeno una trentina di cm di neve e qualcosa è rimasto ancora sulla carreggiata, in fondo
all’altipiano, di fronte a me, altre montagne chiudono la visuale facendo
temere che la strada salga ancora con il rischio di finire in una tormenta di
neve. Da quando sono partito da Puno ho percorso un’ottantina di km e mi ha
superato solo una vettura ma i due camion che incrocio con il pianale ricoperto
da quindici cm di neve attenuano di poco
il senso di solitudine ma in compenso accentuano altre sensazioni negative.
L’altimetro sul GPS arriva a segnare 4700 metri che non sono affatto
bruscolini, la moto fatica a tenere i bassi regimi il che vuol dire che va
tenuta allegra e non intendo dire che sto lì a raccontarle barzellette ma
piuttosto devo tenerla su di giri per non farla spegnere. La cappa di nuvoloni
neri si sposta fortunatamente senza fare grossi danni, oltrepasso la catena di
montagne e il paesaggio cambia radicalmente, niente più neve, niente più
vegetazione ma solo immense, desolanti e desertiche pietraie, la strada comincia a scendere e
finalmente la temperatura comincia farsi più mite, dopo 260 km raggiungo
Moquegua, arrivando alla cittadina
comincio ad incrociare qualche ragazzino che in maniche corte e braghette
stride parecchio con il mio abbigliamento da palombaro, ritrovo anche il sole e
mi fermo per scaldare un po’ le ossa, togliere qualche strato di vestiti e
mangiare qualcosa. Raggiungo e attraverso anche Tacna, il paesaggio è
definitivamente tornato ad essere un deserto secco e polveroso ma almeno non si
muore più di freddo. Al confine comincia la solita trafila burocratica, dopo il
visto all’ufficio immigrazione arriva anche Byron, che non è quel Byron di
Medellin che avevo salutato a Puno ma è un altro Byron che dal nome stavolta
potrebbe essere inglese ma invece è sudafricano e viaggia insieme a Roelof che
dal nome potrebbe essere di qualche strana galassia e invece è sudafricano
anche lui. Byron e Roelof parlano
inglese oppure un’altra cosa assolutamente incomprensibile che mi rifà
propendere per la galassia ma di
spagnolo nemmeno una sillaba quindi li aspetto e li assisto per le pratiche
doganali. Decidiamo di proseguire insieme, ridendo e scherzando e scollinando
qua e là dopo 400 km sono passate le cinque del pomeriggio, il tramonto è
vicino e non che abbia paura del buio ma una buca sull’asfalto o un’animale
randagio possono sempre incrociarti il cammino e non è detto che la cosa sia un
bene quindi se sono da solo di regola non viaggio di notte ma siamo in tre per
cui decidiamo di saltare Arica, che è la prima città in terra cilena, per
raggiungere un altro puntino che, sulla carta, è segnato un centinaio di km più
a Sud. La Panamericana si allontana dal mare immersa sempre fra sabbia e dune,
molto romanticamente ma anche molto velocemente il sole tramonta e l’arancione
lascia spazio al blu notte, arriviamo sul ciglio di un profondo canyon, dal GPS
mancano pochi km e mi viene in mente che dovremmo cominciare a vedere le luci
di Cuya ma il tutto si riduce alle mille stelle sopra di noi e ai tre fanali
delle nostre moto, alla fine dei pochi km ai lati della strada si
materializzano una stazione della polizia dall’aria molto abbandonata e un paio
di chioschi dall’aria molto spartana. Qualche baracca, non una casa e men che
meno un albergo o una locanda o qualsiasi altra cosa che prometta un tetto
sotto il quale dormire. Dietro a noi cento km di deserto prima di trovare una
città, davanti a noi invece duecento km di deserto prima di trovare una città
con un distributore di benzina per dissetare le due KTM che stanno esaurendo
l’autonomia. Il diametro del pallino sulla carta prometteva molto di più di una
stazione di polizia e di un paio di chioschi, ci guardiamo negli occhi stupiti
e increduli prima di metterci a ridere per la situazione in cui siamo capitati.
Gli occhi passano velocemente dalla carta alle baracche a cercare un’ulteriore
conferma che siamo proprio nel posto giusto ma non ci sono dubbi, lì siamo e lì
dobbiamo arrangiarci. Comincio a cercare una sistemazione, il primo chiosco mi
risponde che no ma nell’altro dovrei trovare Pablo che forse ci combina, Pablo
ci offre una stanza nel retro di una baracca che ovviamente andrà benissimo,
anche per la cena la località non è attrezzatissima, il solito Pablo può
combinarci un paio di sandwich ma il suo chiosco non ha la licenza per gli
alcolici quindi le birre arrivano direttamente dalla sua riserva personale.
Sono partito dai tremila metri del Lago Titicaca, sono salito fino a 4700 per
passare la Cordigliera e sto andando a dormire sul livello del mare, non c’è
che dire, una gran bella escursione!
domenica 6 maggio 2012
Su consiglio della guida la gita comincia di buon ora, anzi,
per quanto mi riguarda a notte fonda …sveglia alle 5.45 e prima delle sette
siamo già in coda per il bus. Machu Picchu è adagiato su una selletta a cinquecento
metri di dislivello da Aguas Calientes, alcuni temerari scelgono di farsela a
piedi ma ai primi venti minuti di piano seguono una decina di tornanti
piuttosto arrabbiati che scalano la costa della montagna e suggeriscono di
investire qualche dollaro e sfruttare la tecnologia. Si dice che solo Machu
Picchu valga un viaggio in Sudamerica e probabilmente è così, la città nascosta
degli Inca è appoggiata su un promontorio di terra sorretto da pareti a
strapiombo che si elevano per centinaia di metri dal fondovalle, tutto intorno una
cornice di montagne che superano i tremila metri. Non c’è dubbio che i
sacerdoti che scelsero questo posto per
costruire quello che, a dire della guida, avrebbe potuto essere una
città chiusa religiosa, sapevano il fatto loro. Il segreto sull’esistenza di
questo sito rimase tale fino ad esattamente un secolo fa quando l’esploratore
statunitense Hiram Bingham, che in realtà cercava un’ altra cosa(!), venne
accompagnato da due indigeni Quechua che gli fecero conoscere quelle rovine che
erano riuscite a rimanere nascoste perfino all’avidità degli spagnoli, non che
gli americani poi siano stati da meno , dopo la scoperta Bingham impacchettò
per bene tutto quello che era stato trovato durante gli scavi e spedì il tutto
all’università di Yale per approfondire studi e ricerche, secondo le promesse
dopo diciotto mesi tutto il materiale avrebbe dovuto ritornare a casa ma il
termine è scaduto appunto da circa un centinaio di anni, la roba non torna ed
ai peruviani stanno cominciando giustamente a girare le palle… Alcuni molestatori
sostengono che una certa mia passione per la precisione a volte trascenda…tanto
per non smentirmi faccio notare alla guida che probabilmente la sua pronuncia
del nome di Bingham non è corretta. Hiram, e non Hairam come sosteneva lui…, e
non ho dubbi che tutti voi sappiate che
stiamo parlando dell’architetto che costruì il tempio di Re Salomone, è
evidentemente un nome biblico e non inglese, quindi andrebbe pronunciato così
come scritto e non appunto all’inglese. Non so se a causa dello spagnolo
stretto che ha usato o per una certa confusione di idee (sue…)fatto sta che
dopo una veloce replica lui ha continuato a chiamarlo “Hairam” e io a
continuare a pensare che sbagliasse ma non ci siamo rovinati certo la giornata
per quello! La visita guidata dura un paio di ore, alla fine rimane giusto il
tempo per qualche decina di minuti di relax godendosi la vista cercando di
ignorare qualche centinaio di turisti che affollano i camminamenti e il cielo
comincia a chiudersi, l’insperata finestra di bel tempo che ci ha assistito per
tutta la mattinata lascia posto ad una specie di diluvio, i ragazzi colombiani
che avevano deciso di affrontare la discesa a piedi rientrano all’ostello
bagnati come alghe, nell’oretta a disposizione riusciamo a farci avvelenare in
uno dei tanti pessimi ristorantini di Aguas Calientes prima di riprendere il
trenino per Ollantaytambo. Ricordate la poco piacevole avventura con il fottuto
poliziotto bastardo peruviano di qualche giorno fa? Ebbene chiacchierando del
più e del meno salta fuori che i ragazzi, separatamente e a distanza di poche
ore da me, sono stati fermati e taglieggiati alla stessa maniera, nello stesso
posto e presumibilmente dallo stesso indegno gendarme corrotto che aveva
incrociato la mia strada. Non che la cosa sia di grande consolazione, ma sapere
che nemmeno la loro conoscenza degli usi e della lingua locale li ha esentati
dalla squallida gabella ebbene…confesso che qualcosa ha aiutato. Baci e
abbracci e scambi di indirizzi poi i ragazzi riprendono le loro motorette e
tornano a Cusco, io mi fermo a dormire dal gringo che mi ha custodito la moto. Domani si riparte.
KB, che messe così sono due lettere dell’alfabeto e basta ma sarebbero anche il
soprannome del gringo dell’ostello, mi consiglia un paio di stop interessanti
sulla strada per Puno ma la deviazione non è segnata e ci arrivo lungo quindi rinuncio
e tiro via dritto, passo Urubamba e comincio a salire per uscire dalla valle,
un primo passo a 4.000 metri prima di avvistare e scendere per oltrepassare
Cusco, poi la strada risale fino a trovare un’ secondo altipiano. Per qualche
centinaia di km la strada corre lungo un ampio fondovalle a 4300 mt di
altitudine, la temperatura si abbassa in modo scandaloso, poche centinaia di
metri sopra di me comincia la neve ma in alcuni passaggi me la ritrovo perfino
a bordo strada. Raramente incrocio altri veicoli, di tanto in tanto una
macchina si ferma a bordo strada, ne scendono un paio di indigeni che prendendo
una stradina secondaria in pochi minuti scompaiono dalla vista, in lontananza vedo
passare il trenino che collega Cusco con Puno ma la vista dura pochi minuti e questo
non fa che accentuare il senso di solitudine. Ci saranno si e no una decina di
gradi, a metà di un lungo rettilineo una casa isolata ha la porta aperta e si
intravedono scaffali con alcuni generi che potrebbero essere di conforto, mi
fermo ma una rudimentale inferriata sbarra il passaggio e impedisce di entrare,
lancio una voce ma senza esito, alle mie spalle si materializza una figura di
donna alta forse un metro e mezzo, due gambette storte da cowboy escono da una
gonna tipo mongolfiera nera con fascia colorata ricamata sul bordo, una sgargiante
giacchetta attillata di lana e un cappellino a bombetta di almeno cinque misure
troppo piccolo appoggiato sulla sommità dell’acconciatura completano
l’abbigliamento, senza né una parola né un fiato raccoglie un sasso da terra e
comincia a batterlo sull’inferriata, alcuni istanti e un’altra donna che
potrebbe essere la sua fotocopia appare
in mezzo agli scaffali e ci fa entrare, poche parole di una lingua che arriva
probabilmente da un’altra galassia accompagnano la loro contrattazione poi
tocca a me ma recupero solo un paio di scatole di biscotti, di un caffè o di un
thè non se ne parla, confortato dunque solo da un po’ di zuccheri riprendo freddolosamente
la strada e arrivo finalmente a Puno, disordinatamente adagiata sulla riva
peruviana del lago Titicaca che con i suoi circa 3800 mt di altitudine si vanta
di essere il lago navigabile più alto al mondo. Di fronte, sull’altra sponda,
la Bolivia, poche centinaia di km verso sud il Cile e l’Argentina. Anche il
Perù sta finendo, ma domani c’è tempo per un escursione sul lago e una visita
alle isole galleggianti degli Uros che da secoli vivono separati dal mondo
insieme ai loro reumatismi ed alle loro barche di paglia e da pochi anni anche
da mini televisori e da maxi parabole. Anche qui le telenovelas non risparmiano
nessuno!
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