Alle otto e mezza sono già di fronte alla concessionaria di
Mendoza, la cosa che ovviamente mi preme di più e la faccenda delle luci e dopo
tanti km anche una registratina alle valvole non ci starebbe male, l’ultima
volta è stato non ricordo quanti km fa in Costa Rica, teoricamente per la registratina potrei anche arrangiarmi da solo
così come per il cambio dell’olio ma la faccenda luci mi trova più impreparato
e per quella un meccanico qualsiasi potrebbe andare ma voglio fidarmi del
livello qualitativo ( vero o presunto…) della scuola BMW per cui scelgo di
delegare tutto all’officina. Il responsabile dell’accettazione arriva verso le
nove, gli spiego la situazione e a metà mattinata la motoretta va sotto i
ferri, il cambio dell’olio viaggia spedito, il meccanico è giovane e simpatico
ma con scarsa dimestichezza dei modelli datati come il mio per cui non si fida
di azzardare la registratina alle valvole e rinuncia, alla faccia della scuola
BMW…, dopo una mezzora di battibecco soft e grazie all’ intercessione del
giovane meccanico ma contro la regola della casa madre che il boss
dell’officina cerca di impormi riesco a intrufolarmi e insieme al meccanico
affrontiamo di petto la questione delle luci. Passiamo un’oretta a strapazzare
i cavi dell’impianto elettrico per cercare di capire cosadove e come sia successo che l’impianto elettrico
stia vivendo questo glorioso momento di anarchica ribellione ma alla fine
nonsisacome tocco il filo giusto, le lampadine si accendono come nemmeno in via
Montenapoleone sotto Natale e con il
meccanico ci guardiamo e ci illuminiamo. Siamo nei pressi del fanale, lo
apriamo e un bastardissimo filo nero di massa ( la spiegazione del concetto di
massa ve lo risparmio…) naviga nel vuoto andando a cozzare ovunque ubriacando
l’impianto elettrico, ristabiliamo il contatto e come per magia tutto risponde
ai giusti comandi, il problema è risolto, la meta è un po’ più vicina, per la
verità è esattamente dove si trovava ieri sera ma la rinnovata fiducia nel
mezzo meccanico e soprattutto il fatto di non dover più fare le ormai solite
sceneggiate con ogni pattuglia di poliziotti che incontro mi fanno sembrare gli
ultimi km più corti. Già…, saranno anche più corti ma sempre circa tremila sono
e tremila non sarebbero poi un disastro se non contiamo i 28.000 che ho messo
alle spalle. Se non fossi ad uno sputo ( lunghetto…) dalla fine probabilmente
non ci farei caso, ma il peso di quello che c’è dietro comincia a farsi
sentire, manca un pezzo di Argentina, poi tutta la Patagonia, poi la Terra del
Fuoco. Penso ad un paio di tappe veloci per rallentare verso la fine. Fino ad
ora non ho mai pensato alla meta, ma dopo una ventina di confini sono
nell’ultima nazione, per arrivare ad
Ushuaia dovrò rientrare in Cile e poi di nuovo in Argentina, ma non ci saranno
più nuove terre né dogane sconosciute, solo qualche migliaio di km di cui una
valanga da percorrere sullo sterrato. Domani cominciamo ad affrontare la
leggendaria “ Ruta 40” che con la “Ruta 3” infilano l’Argentina da Nord a Sud,
la “tres” segue l’oceano Atlantico ed ormai è completamente pavimentata, la
“quarenta” corre a ridosso delle Ande e le mancano parecchie centinaia di km
che la “Presidenta” Kirchner, patagone
di nascita, sta lentamente completando.
Per pochi anni ancora la si può percorrere assaggiando la stessa polvere
dei pionieri dell’ottocento, poi non sarà più la stessa cosa. Al mattino lascio
dunque Mendoza, incrocio un paio di villaggi, dopo un centinaio di km ne arriva
un altro, si viaggia tranquilli su uno stradone in mezzo alle campagne, un paio
di semafori mi fanno rallentare, scalando le marce sento che il pedale non
risponde come dovrebbe, l’innesto è ritardato e incerto, arrivando allo stop
non ritrovo più la folle, un sudore freddo e tagliente come un coltello da
sushi parte inesorabile dall’ultima vertebra e risale in un lampo fino al cervello
circumnavigando lo stomaco, il verdetto è semplice : si è rotto il cambio! Un
vortice di proporzioni bibliche rimescola sensazioni, pensieri, maledizioni e
litanie varie fino a quando freno e fermo la moto, butto l’occhio in direzione
dello stivale sinistro e vedo la leva del cambio che penzola sotto il motore
appesa all’asta del rinvio, dalla notte più nera che si può immaginare passo al
sole dei caraibi in un giorno di sole, forse il danno non è grave, lavorando
sul rinvio riesco ad infilarci una prima marcia, riparto e mi butto su una
laterale, scendo e controllo bene, è saltata la saldatura che fissa la lamiera
della leva alla boccola del supporto che fa da perno ( spero mi siate grati se
anche qui non insisto sulla descrizione), entro nel negozio di elettrodomestici
di fronte e chiedo di qualcuno che fa saldature nei paraggi, già che ci sono
compro un adattatore di corrente visto che gli argentini hanno deciso di
dotarsi di prese a lame oblique che dubito esistano altrove, comunque a
cinquanta metri c’è uno che ripara marmitte. Sempre in prima supero un cancello piuttosto malandato,
attraverso un cortile che ricorda molto una discarica, arrivo sotto una tettoia
tenuta in piedi da qualche secolo di ruggine e trovo un simpaticone che ha
vissuto una decina di anni a New York e non vedeva l’ora di sfoggiare il suo
inglese davanti agli amici, smonto la leva, molto pomposamente la guarda e la
passa con le spiegazioni del caso al subordinato che altrettanto pomposamente
dà due punti di saldatura, me la ritorna, i due punti sembrano un grappolo di
carbone ma non fa niente, rimonto il pezzo, chiedo quanto devo e rimedio una
solenne pacca sulla spalla di buon viaggio, rispondo regalando una foto delle
Torri Gemelle che ho con me, solenne stretta di mano, tutto a posto, metto in
moto e riparto, anche stavolta è andata…!
giovedì 27 settembre 2012
domenica 22 luglio 2012
Dunque riepiloghiamo, dopo le sistemazioni fatte prima di
partire da La Serena il problema delle luci dovrebbe essere stato risolto sfrattando
la famigliola di ragni dal devioluci, i tubi benzina sono stati cambiati quindi
probabilmente non prenderemo fuoco lungo la strada, rimane l’olio motore da
sostituire e le afte in bocca che non danno tregua ma splende il sole, anche
troppo stavolta…, e Valparaíso si avvicina. L’illusione del devioluci dura il
tempo di uscire dalla città, le luci continuano ad operare in regime di
assoluta anarchia e la famigliola di ragni che mi scarrozzavo appresso da
chissà dove avrebbe potuto continuare la sua transumanza a sbafo. Il paesaggio
comincia piano piano a variare, dalle pietraie spuntano i primi cactus, poi ai
cactus si aggiungono alcuni arbusti, poi sotto ai cactus e agli arbusti spunta
una timida erbetta secca e giallastra. A cento km da Valpo esco dalla
Panamericana e arrivo sulla costa, avvicinandomi cominciano a farsi vedere
anche i pini e insieme ai pini le spiagge, gli alberghi, le case al mare dei
vacanzieri e il traffico conseguente, tutte cose di cui peraltro non sentivo
affatto la mancanza. Con l’apertura del canale di Panama nel 1914 il porto di
Valparaíso, tappa obbligata per ogni
nave che si accingeva ad affrontare oppure si era appena lasciata alle spalle
le leggendarie tempeste di Capo Horn , cominciò a perdere importanza ma rimane
tutt’oggi la capitale culturale del Cile, evitando accuratamente i grandi e
caotici viali del centro salgo sulle alture dietro al porto e raggiungo i
vecchi quartieri residenziali, l’atmosfera è accattivante, stretti vicoli
pedonali dritti come una fucilata salgono ripidi dal porto e si incrociano con
tortuose stradine di ciottoli che seguendo le linee delle colline creano un
effetto a gradoni sui quali poggia una tipica architettura primonovecentesca di
palazzine e ville signorili, piccoli bar letterari, minuscoli alberghi di
design, ricercate caffetterie ma anche locali più o meno probabili arredati saccheggiando
a piene mani dalle botteghe dei rigattieri saturano l’aria con un effetto molto
“ bohemienne”. Sgangherati backpackers si confrontano con turisti da 100
dollari a notte in un calderone dai colori senza dubbio intercontinentali.
Trovo un ostello decente e decido che vale la pena fermarsi un paio di giorni
per riposare e riordinare le idee. Sepulveda scrive che varcando il confine del
Cile lo spirito di Pablo Neruda ti viene incontro e ti accoglie benevolente
sulla sua terra, decido di onorare la sua accoglienza con una visita. A circa
ottanta chilometri a sud di Valpo c’è Isla Negra che non è un isola ma bensì la
residenza preferita del grande poeta, con fantozziana precisione riesco a
centrare il giorno di chiusura settimanale, quindi niente visita al suo museo
personale di strumenti da navigazione, alla sua collezione privata di barche in
bottiglia, alla sua raccolta di piccole sculture in legno, niente due passi nel
suo giardino sopra la spiaggia, niente la sua barchetta appoggiata sul prato,
per un paio di ore gironzolo intorno alla staccionata rubando qualche occhiata
e qualche foto qua e là, passeggio per la spiaggia e mi arrampico sui bassi
scogli dove si infrangono le onde del pacifico, ovviamente le stesse onde che guardava
anche il vecchio Pablo, e non è poco…! Nonostante la sosta di un giorno e la
conseguente pausa i problemi alla bocca continuano ed anzi le ulcere si
moltiplicano, la pomata non sembra avere alcun effetto mentre invece lavarsi i
denti e soprattutto mangiare qualsiasi cosa diventa una tortura. Anche la
faccenda delle luci sta diventando seccante, viaggio ormai da qualche giorno
solo con le luci di posizione e questo non è per niente bello, a Mendoza, in
Argentina, oltre le Ande a circa 400 km c’è una concessionaria che potrebbe essere
una buona opzione per sistemare definitivamente la faccenda. Risalgo verso
nord, passo Santiago e ricomincia l’ennesima arrampicata sulle Ande. Con ampi
tornanti la strada sale per decine di km su un enorme ghiaione incrociando
funivie e stazioni sciistiche, sull’altopiano finisce il territorio cileno ma
per arrivare ad incontrare i funzionari dei due paesi ci vogliono ancora una
ventina di km, gli uffici fanno capolino in fondo ad un enorme piazzalone
totalmente invaso dalle macchine che un paio di poliziotti stanno cercando di smistare,
accenno un tradizionale “salto della coda” ma gli uomini in divisa mi beccano
subito, faccio presente che tradizionalmente le moto hanno diritto a passare
avanti ( ovviamente non sta scritto da nessuna parte ma di solito ci credono
tutti…) ma mi rispondono che qui siamo in Argentina e che la cosa non funziona
affatto così, il pomeriggio è avanzato e a spanne rischio di perdere anche tre
o quattro ore per passare la dogana, poi si deve scendere dalla Cordigliera e
arrivare a Mendoza, altri 180 km e il rischio di arrivare al buio è alto, torno
alla carica con il poliziotto e gli faccio presente che per una moto può essere
particolarmente rischioso viaggiare di notte in mezzo alle montagne ecc. ecc.
ma di rimando mi ringhia che in Argentina si viaggia obbligatoriamente con le
luci accese quindi se ho problemi alle luci semplicemente non mi fa entrare in
Argentina e così il problema è risolto, ovviamente bleffo alla grande che le
mie luci sono a postissimo e dicevo solo
per dire per cui a questo punto me la metto via e rientro in coda con le
regolamentari e ormai leggendarie pive nel sacco. Siamo a circa tremila metri
sotto il massiccio dell’Aconcagua ma naturalmente siamo anche sotto le nuvole quindi
dell’Aconcagua non si vede niente e in compenso comincia a piovigginare così le
pive oltre ad essere nel sacco sono anche bagnate. Per entrare in Argentina,
che fra l’altro comincia a starmi già un po’ sulle balle, ci metto quasi tre
ore e si saranno fatte le cinque del pomeriggio, fra il confine e Mendoza c’è
un villaggetto poco prima della pianura, intasco i soliti permessi e parto,
lungo la strada incontro qualche pattuglia di poliziotti che mi fa cenno di
accendere le luci, sempre a cenni rispondo di aver capito, poi saluto, sorrido
e faccio tutto quello che serve per far capire che le sto accendendo anzi ecco
che allungo la mano verso l’interruttore e faccio finta di accenderle ma
intanto li ho già alle spalle, loro sono contenti e quindi il problema e
risolto, io continuo senza luci ma loro non lo sanno…J Entro nel villaggetto,
quattro case in croce sulle rive di un grande lago artificiale ma di alberghi
nemmeno l’ombra, forse laggiù affittano camere ma la casa sembra disabitata da
mesi, niente da fare, bisogna arrivare fino a Mendoza, entro in città al buio
ma a quel punto non mi preoccupo più, recupero un albergo e soffrendo come
sotto i ferri del dentista mi concedo la prima grigliata argentina. Domani intanto
ci prenderemo cura della motoretta.
mercoledì 11 luglio 2012
Mi risveglio dunque in quel di Taltal, amena cittadella
balneare cilena, con nell’ordine: le gomme da cambiare, l’impianto elettrico
che comanda le luci che funziona quando ne ha voglia, cioè quasi mai…e la
pomata cilena che contro le afte della mia bocca ha avuto lo stesso effetto di
un bicchiere d’acqua…quindi non si può dire proprio che va tutto bene ma non ci
si perde d’animo, la strada per la Terra del Fuoco è ancora lunga ma non
lunghissima e soprattutto non impossibile, quindi si va’! Faccio il pieno al
distributore in compagnia di un gruppo di austriaci e svizzeri che stanno
passando le ferie correndo avanti e indietro per gli sterrati del Cile con
guida e motorette da fuoristrada noleggiate in loco, i soliti convenevoli,
qualche occhiata di invidia e qualche sguardo di superiorità come se farsi un
paio di continenti da soli con la moto per sei mesi fosse cosa
sconveniente…mentre invece farsi qualche centinaio di km mangiando la polvere
di chi ti precede te lo ha ordinato il medico…però si sa che gli svizzeri sono
un po’ strani! Comunque ognuno si fa il suo pieno poi loro a nord e io a sud,
come al solito, e come al solito in mezzo al deserto, alla sabbia, alle
pietraie, cambia il terreno, cambiano i colori e ogni tanto la linea
dell’orizzonte ma deserto è deserto, rettilinei infiniti in mezzo al nulla e in
fondo ai rettilinei una curva di solito anche quella in mezzo al nulla, la cosa
più importante da tenere a mente è svegliarsi prima della curva in tempo utile
per rallentare se necessario e affrontarla, poi ci si può riassopire. La
faccenda va avanti per 650 km, ovvero otto ore circa, verso le cinque entro a
La Serena, che non è solo una mia amica, che fra l’altro ha il brutto vizio
proprio di mettere l’articolo davanti ai nomi propri…, ma nella situazione
contingente trattasi di una cittadina di 150.000 abitanti dove trovo il mitico
Tonino Motos che è grande come un supermercato e sembra un ministero, il salone
trabocca di moto, scooter, quad,
accessori, ricambi, abbigliamento, manca solo il reparto motoslitte, ma
probabilmente in mezzo al deserto non ne vale la pena. Passo da un
sottosegretario all’altro finché non trovo quello addetto alle gomme, si va in
magazzino, si ribalta tutto e saltano fuori le scarpette nuove per la motoretta,
il prezzo è sopportabile e si procede con il montaggio. L’ora successiva sarà
una delle più difficili del viaggio, la macchina smontagomme è costituita da
due robuste braccia e due leve di acciaio che cominciano a scavare come il
trapano di un dentista fra il copertone e il cerchione di alluminio anodizzato
nero lucido non pulitissimo forse ma è il “mio” cerchio anodizzato e io so
quanto mi è costato. La prima reazione è quella di saltare al collo della
macchina smontagomme ma riesco a trattenermi e con tutta la pacatezza e lo
stile che ho a disposizione dopo otto ore di guida faccio presente che forse…e
sottolineo forse…infilando uno strato di gomma o di cartone robusto fra la leva
e il “mio” cerchione anodizzato nero lucido si eviterebbe di far assomigliare
il ”mio” cerchione ecc. ecc. alla superficie del ghiaccio dopo una partita di
hockey Russia- Canada. La macchina smontagomme riflette un momento sulla mia
proposta e fortunatamente concorda, i cerchioni sembrano salvi. Si smontano le
gomme vecchie, si montano le gomme nuove, la prassi richiederebbe a questo
punto di equilibrarle, ma il ministero Tonino Motos non è dotato di
equilibratrice e pare che nessuno in Cile ne sia dotato, si potrebbe fare a
mano, ma il titolare in persona mi guarda come se gli avessi chiesto di
accompagnarlo allo zoo a rinfrescare le strisce delle zebre, mai fatto prima, e
figurarsi se cominciano oggi…non rimane altro che adeguarsi! Prima di iniziare
l’operazione gomme chiedo se nel frattempo posso approfittare per farmi un paio
di lavoretti di manutenzione, la risposta è negativa, dovrei pagare ugualmente
per il lavoro ma in virtù dell’ormai acquisita confidenza con la macchina
smontagomme, alla chetichella quando il capofficina volta lo sguardo mi cambio
le candele, compro una confezione di olio e lo sostituisco nel cambio e nella
coppia conica, smonto il filtro dell’aria che dalla sabbia che contiene ricorda
molto la spiaggia di Copacabana e a questo punto mancherebbe solo cambiare
anche l’olio del motore e registrare le valvole ma non voglio approfittare
troppo…chiacchera che ti chiacchera salta fuori che uno dei meccanici affitta
anche delle camere, siamo in orario di chiusura quindi mi accodo alla sua
macchina, l’ostello che gestisce con la sorella non è certo il Pierre di
Manhattan, del resto non ci avevo dormito nemmeno quando ero a Manhattan, ma
per una notte va bene e soprattutto per quattordici dollari va meglio ancora…
La questione gomme è risolta felicemente, se non sbaglio i calcoli ma
soprattutto se non sbaglio troppo strada con queste dovrei poter arrivare fino
alla meta anche se non so bene ancora dove andrò a finire, rimane la questione
delle luci che continuano a funzionare in regime di assoluta anarchia e rimane
ben presente la questione delle afte che mi massacrano la bocca, comunque da
tre problemi siamo scesi a due, come si suole dire… è già un passo avanti! Quando
la mattina dopo sono pronto per partire scopro che un poco geniale famigliola
di argentini capitati sul tardi ha parcheggiato dietro la moto e se ne sono
andati bellibelli a fare un giro per il centro bloccandomi l’uscita dal
portone. La cosa non mi rende felicissimo ma ne approfitto per smontare il
devioluci e controllare i contatti, all’interno del guscio degli interruttori
scopro un nido di piccoli ragni, non sembra ma potrebbe essere una bella
notizia, potrebbe essere infatti proprio la causa del problema, ripulisco il
tutto per bene e rimonto. I problemi risolti a questo punto potrebbero essere
due, ma mi accorgo che anche i tubi del carburante sono alla fine del loro viaggio
infatti grondano benzina come fossero di cartone, i problemi sono di nuovo due,
ma sistemeremo anche questa. Con tutta la calma del loro essere in vacanza
rientrano gli argentini, si scusano ma non troppo e mi tolgono dalle palle il
loro fottuto catorcio, uscendo trovo un negozio di ricambi per auto che mi
vende il tubo, al primo distributore smonto, taglio, ricompongo il sistema che
esce dai rubinetti del serbatoio, monto i filtrini nuovi, il compensatore, che
non sapete che cos’è ma non importa, e arrivo ai carburatori, faccio il pieno e
finalmente rimonto in sella, accendo poi spengo e rismonto dalla sella perché
mi accorgo che si è staccato un contatto che porta corrente allo strumento del
contagiri. Tolgo il serbatoio, sistemo il contatto, rimonto il serbatoio, rimonto
in sella e parto. Si potrebbe pensare che a questo punto sia già quasi buio di
nuovo ma invece è solo la fine della mattinata, Valparaíso mi aspetta a meno di
500 km, con le candele nuove e il filtro dell’aria che non assomiglia più al
cortile di un cementificio la motoretta viaggia che è un piacere, e quindi…via
verso Sud.
domenica 1 luglio 2012
Dal momento in cui abbiamo cominciato a rilassarci dopo aver
recuperato un tetto per la notte Byron e Roelof hanno cambiato almeno tre o
quattro programmi per il giorno successivo, sveglia nella notte per ripartire
verso nord ed andare a vedere l’arrivo della tappa successiva, sveglia un po’
più tardi per andare a vedere la partenza e forse anche l’arrivo, sveglia a
caso per una giornata senza programmi molto definiti ma sempre con l’idea di
seguire la gara. Alla fine facciamo colazione insieme verso le otto e mezza,
l’ultima decisione è di partire prima di quanto previsto nell’ultimo programma
ma ieri sera si erano accordati con una cameriera dell’hotel per un lavaggio di
biancheria che ovviamente non è ancora completato, mentre cercano di spiegare
alla fanciulla incredula che la roba se la portano via bagnata in un sacco e
non serve asciugarla e stirarla io mi carico la moto, saluto e parto. Esco
dalla città scortato dai camion dell’organizzazione, la strada segue un paio di
tornanti per risalire sull’altopiano che la spalleggia poi parte dritta come un
fuso in mezzo al deserto per arrivare ad incrociare la solita Panamericana che
va verso sud… oppure nord a seconda di quello che serve… Pochi km fuori dalla
città c’è fermento, i piloti sono già partiti e stanno per incrociare la strada
principale prima di perdersi nel deserto verso nord, mi fermo e aspetto il passaggio sorridendo ma anche un
po’ dispiaciuto per Byron e Roelof che sono in albergo a lottare con la
cameriera per le loro mutande bagnate mentre comodocomodo aspetto che la gara
mi passi davanti al naso. La targa italiana della moto intanto fa un’altra
vittima, si avvicina Annalisa di Livorno che adesso non è più di Livorno ma è
di Vina del Mar che è vicino a Valparaíso detto Valpo che è vicino a Santiago
che è a metà del Cile e ne è la capitale e Annalisa è di Vina del Mar perché ci
ha sposato un ufficiale della Marina cilena e ci ha fatto un paio di figli. Si
chiacchiera del più e del meno meno che del passato militare del Cile che
ovviamente, essendo suo marito appunto un militare, è argomento tabù, anzi
diciamo che è un intervallo di tempo che non viene contemplato dalla storia,
una forma di revisionismo un po’ personalizzata … Comunque fra una chiacchiera
e l’altra passa qualche pilota, i figli di Annalisa cominciano ad annoiarsi e
io anche per cui ci ripromettiamo di rivederci a Valparaíso e ci salutiamo,
loro non so dove vanno invece io vado verso S. Pedro de Atacama, raggiungo la
Panamericana, che per me va verso sud, e accompagnato ormai solo dai pick up
rossi delle compagnie minerarie mi ributto fra le sabbie e le pietraie del
deserto cileno. S. Pedro è quasi sotto le Ande, dopo qualche cento km lascio la
Panamericana e punto verso est , il panorama non cambia, deserto e ancora
deserto, ogni tanto qualche curva per superare qualche increspatura del terreno
spezza la monotonia di rettilinei che arrivano fino a cento km di lunghezza. Di
tanto in tanto un cartello con un numero o con il nome di una concessione
segnala una diramazione, dal nastro di asfalto parte una strada sterrata che si
perde chissà dove verso le montagne, poco prima di S. Pedro entro e percorro un
vallone segnato da due creste di rocce rosse che emergono dal terreno e
sembrano le schiene di due enormi aragoste
cucinate e seminsabbiate. Il villaggio da alcuni anni è molto gettonato dagli
amanti del trekking e delle escursioni e
questo non fa bene né ai prezzi né alla sua primitiva atmosfera diciamo
così…rurale…! La via centrale è lastricata ma tutto intorno le strade sono di sabbia
e stridono con l’immagine ricercata e a volte quasi raffinata dei ristoranti e
delle agenzie turistiche. Fatico a trovare da dormire, alla fine combino in una
specie di ostello dove mi estorcono 30 dollari per una camera con un bagno a
fianco che avrebbe dovuto essere solo di pertinenza sua e invece era di
pertinenza di tutto il mondo ma ormai è quasi sera e non ci sono alternative, ci
si tappa il naso, si va a cena e poi a dormire. Sembra ridicolo ma l’attrazione
principale dei dintorni è un deserto, in effetti non ci sarebbe solo quello ma
evidentemente la natura ha gratificato questo strano lembo di terra con
svariate attrazioni naturali tipo geyser, vulcani, laghi e laghetti che sono meta
di ogni tipo di escursioni, il famoso deserto di Atacama è ad una cinquantina
di km verso sud ma la strada poi si perde nel nulla e si deve ritornare
indietro. Naturalmente nei trenta dollari della camera non è compresa la
colazione, per un caffè con un paio di
fette di pane mal tostate e un succo di arancia in una caffetteria sulla strada
se ne vanno altri dieci dollari ma soprattutto non aiutano a far partire bene
la giornata, sarà una cosa , sarà un’altra, saranno tutte insieme ma lo stato
d’animo non è alle stelle, dopo alcuni km comincio a chiedermi se veramente
vale la pena di sciropparsi altri cento km di deserto per andare a vedere un
altro deserto dopo che sto viaggiando in mezzo al deserto da non so quanti giorni, la risposta arriva
presto, rallento giro la moto e ritorno indietro, attraverso il villaggio,
saluto tutti, si fa per dire…, e riprendo il mio cammino verso quella
Panamericana che va verso sud. Dopo cinque mesi di viaggio e circa
ventisettemila km la motoretta comincia a dare qualche timido segnale di
stanchezza, le luci anabbaglianti ogni tanto mi mollano e anche gli abbaglianti
per non essere da meno si adeguano ma soprattutto sono agli sgoccioli con le
gomme, l’anteriore è ormai alla fine e anche alla posteriore manca poco, la
città degna di tale nome più a portata di mano è Antofagasta, la raggiungo
verso ora di pranzo, all’apertura devo girare avanti e indietro per quasi due
ore e lo spacciatore di pneumatici che mi hanno consigliato e che dovrebbe
avere tutto ha solo un anteriore di un modello non pervenuto, mi farebbe anche
un buon prezzo ma controllo la data di produzione stampigliata sul fianco è di
dieci anni fa il che vuol dire che potrebbe andare bene giusto come parabordo
per una zattera ma di montarla su un cerchio e correrci sopra non è il caso,
declino l’offertona e mi rimetto in sella, la prossima opzione sarebbe La
Serena, altri ottocento km se non mi esplode il copertone prima, comunque sono
le quattro del pomeriggio e quindi per oggi non se ne parla, come tappa
intermedia scelgo Taltal, sulla carta è un puntino sulla costa del Pacifico a
circa 150 km da dove mi trovo ma in realtà non ho idea di cosa mi aspetti, esco
da Antofagasta, prendo una strada secondaria che porta verso la costa e nella
solitudine più assoluta raggiungo il mare, nelle tre ore che impiego per
arrivare incrocio ben due macchine e un pullman, per il resto solo il vapore
del mare che arriva con il vento del pomeriggio. Taltal è carina, una piccola
località balneare che sembra essersi fermata agli anni trenta, e meriterebbe forse un giorno di sosta ma
domani è venerdì e se non cambio la gomma domani devo aspettare fino a lunedì e
non credo che il luogo offra svaghi degni di una sosta così lunga. Forse per
simpatia forse per altri motivi ma ai segni di usura della moto cominciano ad
aggiungersi anche altri segni di usura più personalizzati. Già da ieri convivo
poco felicemente con un paio di ulcere che si sono presentate in bocca,
normalmente non sono particolarmente fastidiose ma mangiare una mollica di pane
diventa come masticare una lametta da barba, comunque mi spiego facilmente con
la farmacista di turno e inizia l’esperimento con la pomata cilena, domani
continua la caccia ai pneumatici.
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