Da Mendoza a S. Carlos de Bariloche ci sono circa 1300 km,
con una tappa intermedia dovrei farcela in un paio di giorni, piccola sosta e
poi vediamo…, i ragazzi della corte del
saldatore di marmitte sconsigliano per il momento la Ruta 40, con una leggera
deviazione posso rimandare l’appuntamento con la polvere. Per un paio di
centinaia di km si passa da un’azienda agricola all’altra, grandi case
coloniche in stile, cantine ultramoderne, cisterne in acciaio inossidabile, foresterie
che sembrano design hotel, ogni tanto il
villaggio di riferimento e in mezzo filari interminabili di vigne, da un km
all’altro finisce tutto e comincia la pampa, avrà sicuramente il suo fascino ma
da subito si presenta come una dei paesaggi più noiosi che abbia mai visto,
qualche arbusto, qualche cespuglio, poca erba giallastra su un terreno quasi
sabbioso e grigio, le Ande sono una lontana linea morbidamente frastagliata che
separa il grigio dall’ azzurro del cielo. A parte alcune leggere ondulazioni
del terreno che non superano un paio di decine di metri tutto il resto è definitivamente
piatto! Tardo pomeriggio, mancano un centinaio di km per 25 de Mayo, da un bel
po’ viaggio nel bel mezzo del niente, una moto ferma sul ciglio della strada
con una faccia decisamente sconsolata appoggiata sopra mi risvegliano dal
torpore della noia, ci metto qualche istante a realizzare poi freno, faccio
inversione e la faccia ha un nome e parla, è Juan di Neuquen che sta andando a
Nord ad un incontro di motociclisti ma ha forato l’anteriore. È fermo da almeno
un ora e delle quattro macchine che sono passate nessuna ha accennato a
fermarsi, ha un cellulare ma siamo a circa cento km dal primo centro abitato e
non c’è copertura. Gli offro la mia bomboletta ripara-gomme che dovrebbe
funzionare anche con le camere d’aria ma non la vuole, probabilmente la camera
d’aria è troppo malandata e non funzionerebbe. Mi lascia il numero di Marcelo,
appena trovo un telefono lo devo chiamare, dargli la posizione di Juan e mandarlo là con camera d’aria, leve
smontagomme e pompa, gli offro un po’ di biscotti ma non li vuole, accetta
invece la bottiglia di acqua che ho con me. Facciamo insieme un due conti e a
spanne che arrivi ad un telefono, chiami Marcelo, che Marcelo si organizzi e
arrivi da Juan ci vorranno almeno tre ore ma Juan è sereno e comunque ha tenda
e sacco a pelo quindi anche se, come si dice, è praticamente in mezzo ad una
strada, un tetto…o qualcosa del genere… c’è! In un ora arrivo circa a Cruce del
Deserto, di nome e di fatto, due rette
che si incrociano, niente a destra, niente a sinistra, niente su, niente
giù, a lato della strada solo un albergo con ristorante ma il tutto è
decisamente sproporzionato visti i paraggi, anche il prezzo è sproporzionato,
75 dollari sono esattamente una rapina e non manco di farlo presente, la
titolare mi propone un arrotondamento ma ugualmente non ci siamo ancora e
comunque c’è da salvare Juan. Spiego la situazione all’ometto della reception
che telefona a Marcelo. Marcelo non risponde. Richiama e Marcelo risponde, si
fa per dire perché l’ometto gli spiega come sta la questione ma dalla faccia
non sembra troppo convinto di quello che sta facendo. Mette giù e mi conferma
l’impressione ma non riesco a capire cosa stia succedendo. Chiedo di parlarci, prego
di richiamare e di nuovo Marcelo risponde, la voce sembra totalmente dissociata
da chi sta parlando, le risposte arrivano sempre qualche istante in ritardo
rispetto a quando dovrebbero segno che nonostante la facilità apparente della
risposta necessitano sempre di un momento di riflessione; sei Marcelo?... Si… Sei l’amico di Juan che è
partito stamattina in moto?... Si… Hai presente chi è Juan?... … Si… Hai capito
dove ti sta aspettando?...Si…Hai capito che ha bisogno che tu vada a
recuperarlo con camera d’aria, leve smontagomme e pompa?...Si. Mi arrendo, o
meglio spero che Marcelo, che probabilmente ha appena testato tutto il nuovo
campionario di stupefacenti che gli hanno recapitato abbia uno sprazzo di
lucidità e si renda almeno conto in quale galassia si trovi e vada a recuperare
Juan. Rendo la cornetta all’ometto della concierge, lo sguardo di intesa che ci
scambiamo è eloquente, combatto con un leggero senso di colpa, forse non dovrei
fidarmi ma è quasi buio, sono praticamente in mezzo al deserto e più che
tornare da Juan con una birra tiepida e una bistecca fredda non potrei fare e
se Marcelo torna in sé lo salva lui, se non torna in sé Juan è giovane e
sufficientemente in carne da non morire di fame anche se salta una cena,
domattina fermerà qualcun altro e alla peggio arriverà al raduno un giorno in
ritardo. Mi metto l’animo in pace. Torniamo alla trattativa. Nonostante
l’arrotondamento il prezzo della camera rimane improponibile, a una decina di
km c’è il villaggio e forse si combina qualcos’altro. Per arrivarci si deve
uscire dallo stradone principale, al bivio ci sono due specie di motel ma sono
esauriti, la faccenda si complica, entrando nel villaggio trovo l’ultimo motel,
la camera c’è e costa 45 dollari che per
essere in un posto di merda in mezzo al nulla è ancora una follia ma stavolta
non possiamo più fare gli schizzinosi e accetto. Per la cena entro nel
villaggio che offre una specie di panineria e un baretto che serve pizza e
pollo arrosto. Con le infiammazioni che continuano a massacrarmi la bocca la
pizza sarebbe l’ennesima tortura per cui vado di pollo arrosto, dopo quasi
un’ora e almeno tre birrette per aiutare a dimenticare il contesto arriva una
mattonella di carne troppo bianca e troppo stopposa che sembra di masticare
gesso da presa ma le tre birrette hanno fatto il loro dovere e una quarta
completa l’opera. Considerato tutto il contesto comincio a capire anche
Marcelo. La colazione è in linea con lo squallore di tutto il resto, una tazza
di thè, una fetta di qualcosa che potrebbe ricordare del pane e una
mattonellina di marmellata insipida, per un bicchiere di liquido color
aranciata si deve pagare una differenza…la truffa dei 45 dollari comincia a
irritarmi sempre di più, una misera camera,
niente parcheggio e la moto rimane parcheggiata in mezzo alla strada, uno
straccio di connessione internet non è nemmeno prevista, sulla colazione mi
sono espresso, quando chiedo di poter
fare una telefonata a Bariloche mi sento rispondere che devo andare fino in
paese al posto telefonico pubblico…intuisco che il giovanotto che ho di fronte
è il figlio dei proprietari, bene! Quindi non è un dipendente contro il quale
non sarebbe giusto sfogarsi e quindi gli spiego dettagliatamente quello che
penso sul suo albergo e sul fatto che per un senso di equità e giustizia se
tanto chiedi almeno qualcosa devi offrire, il mio spagnolo esce talmente
fluente che il personaggio afferra il
concetto al volo, tenta di controbattere ma non c’è fisicamente lo spazio, con
lo stesso stile mi accomiato, salgo in moto e me ne vado lasciandolo
visibilmente offeso, perfetto! J
I primi 500 km sono di una noia mortale, il nulla mi circonda e il caldo non
aiuta. A 150 km cominciano a cambiare un po’ le cose, la strada si arrampica su
una cresta di colline che nascondono un grande bacino artificiale, un po’ di
saliscendi intorno al lago poi si continua a salire, un altro lago, questa
volta naturale e annuncia S. Carlos de Bariloche, probabilmente la più
importante stazione invernale del Sudamerica, ma siamo in gennaio e quindi in
piena estate australe e la temperatura torrida e l’aria polverosa stridono
parecchio con le facciate simil-tirolesi degli alberghi delle vie centrali. L’atmosfera
sta cambiando, già con Mendoza si è iniziato a respirare un aria vagamente
europea, lineamenti indigeni e carnagioni color caffellatte sono
ormai un ricordo, ogni viso tradisce un avo italiano, un nonno spagnolo o una
zia teutonica. Mi fermo per due notti, quest’aria quasi di casa non mi mancava
affatto, la meta non è più lontanissima e l’idea che l’avventura stia per
terminare comincia ad affacciarsi.
giovedì 4 ottobre 2012
giovedì 27 settembre 2012
Alle otto e mezza sono già di fronte alla concessionaria di
Mendoza, la cosa che ovviamente mi preme di più e la faccenda delle luci e dopo
tanti km anche una registratina alle valvole non ci starebbe male, l’ultima
volta è stato non ricordo quanti km fa in Costa Rica, teoricamente per la registratina potrei anche arrangiarmi da solo
così come per il cambio dell’olio ma la faccenda luci mi trova più impreparato
e per quella un meccanico qualsiasi potrebbe andare ma voglio fidarmi del
livello qualitativo ( vero o presunto…) della scuola BMW per cui scelgo di
delegare tutto all’officina. Il responsabile dell’accettazione arriva verso le
nove, gli spiego la situazione e a metà mattinata la motoretta va sotto i
ferri, il cambio dell’olio viaggia spedito, il meccanico è giovane e simpatico
ma con scarsa dimestichezza dei modelli datati come il mio per cui non si fida
di azzardare la registratina alle valvole e rinuncia, alla faccia della scuola
BMW…, dopo una mezzora di battibecco soft e grazie all’ intercessione del
giovane meccanico ma contro la regola della casa madre che il boss
dell’officina cerca di impormi riesco a intrufolarmi e insieme al meccanico
affrontiamo di petto la questione delle luci. Passiamo un’oretta a strapazzare
i cavi dell’impianto elettrico per cercare di capire cosadove e come sia successo che l’impianto elettrico
stia vivendo questo glorioso momento di anarchica ribellione ma alla fine
nonsisacome tocco il filo giusto, le lampadine si accendono come nemmeno in via
Montenapoleone sotto Natale e con il
meccanico ci guardiamo e ci illuminiamo. Siamo nei pressi del fanale, lo
apriamo e un bastardissimo filo nero di massa ( la spiegazione del concetto di
massa ve lo risparmio…) naviga nel vuoto andando a cozzare ovunque ubriacando
l’impianto elettrico, ristabiliamo il contatto e come per magia tutto risponde
ai giusti comandi, il problema è risolto, la meta è un po’ più vicina, per la
verità è esattamente dove si trovava ieri sera ma la rinnovata fiducia nel
mezzo meccanico e soprattutto il fatto di non dover più fare le ormai solite
sceneggiate con ogni pattuglia di poliziotti che incontro mi fanno sembrare gli
ultimi km più corti. Già…, saranno anche più corti ma sempre circa tremila sono
e tremila non sarebbero poi un disastro se non contiamo i 28.000 che ho messo
alle spalle. Se non fossi ad uno sputo ( lunghetto…) dalla fine probabilmente
non ci farei caso, ma il peso di quello che c’è dietro comincia a farsi
sentire, manca un pezzo di Argentina, poi tutta la Patagonia, poi la Terra del
Fuoco. Penso ad un paio di tappe veloci per rallentare verso la fine. Fino ad
ora non ho mai pensato alla meta, ma dopo una ventina di confini sono
nell’ultima nazione, per arrivare ad
Ushuaia dovrò rientrare in Cile e poi di nuovo in Argentina, ma non ci saranno
più nuove terre né dogane sconosciute, solo qualche migliaio di km di cui una
valanga da percorrere sullo sterrato. Domani cominciamo ad affrontare la
leggendaria “ Ruta 40” che con la “Ruta 3” infilano l’Argentina da Nord a Sud,
la “tres” segue l’oceano Atlantico ed ormai è completamente pavimentata, la
“quarenta” corre a ridosso delle Ande e le mancano parecchie centinaia di km
che la “Presidenta” Kirchner, patagone
di nascita, sta lentamente completando.
Per pochi anni ancora la si può percorrere assaggiando la stessa polvere
dei pionieri dell’ottocento, poi non sarà più la stessa cosa. Al mattino lascio
dunque Mendoza, incrocio un paio di villaggi, dopo un centinaio di km ne arriva
un altro, si viaggia tranquilli su uno stradone in mezzo alle campagne, un paio
di semafori mi fanno rallentare, scalando le marce sento che il pedale non
risponde come dovrebbe, l’innesto è ritardato e incerto, arrivando allo stop
non ritrovo più la folle, un sudore freddo e tagliente come un coltello da
sushi parte inesorabile dall’ultima vertebra e risale in un lampo fino al cervello
circumnavigando lo stomaco, il verdetto è semplice : si è rotto il cambio! Un
vortice di proporzioni bibliche rimescola sensazioni, pensieri, maledizioni e
litanie varie fino a quando freno e fermo la moto, butto l’occhio in direzione
dello stivale sinistro e vedo la leva del cambio che penzola sotto il motore
appesa all’asta del rinvio, dalla notte più nera che si può immaginare passo al
sole dei caraibi in un giorno di sole, forse il danno non è grave, lavorando
sul rinvio riesco ad infilarci una prima marcia, riparto e mi butto su una
laterale, scendo e controllo bene, è saltata la saldatura che fissa la lamiera
della leva alla boccola del supporto che fa da perno ( spero mi siate grati se
anche qui non insisto sulla descrizione), entro nel negozio di elettrodomestici
di fronte e chiedo di qualcuno che fa saldature nei paraggi, già che ci sono
compro un adattatore di corrente visto che gli argentini hanno deciso di
dotarsi di prese a lame oblique che dubito esistano altrove, comunque a
cinquanta metri c’è uno che ripara marmitte. Sempre in prima supero un cancello piuttosto malandato,
attraverso un cortile che ricorda molto una discarica, arrivo sotto una tettoia
tenuta in piedi da qualche secolo di ruggine e trovo un simpaticone che ha
vissuto una decina di anni a New York e non vedeva l’ora di sfoggiare il suo
inglese davanti agli amici, smonto la leva, molto pomposamente la guarda e la
passa con le spiegazioni del caso al subordinato che altrettanto pomposamente
dà due punti di saldatura, me la ritorna, i due punti sembrano un grappolo di
carbone ma non fa niente, rimonto il pezzo, chiedo quanto devo e rimedio una
solenne pacca sulla spalla di buon viaggio, rispondo regalando una foto delle
Torri Gemelle che ho con me, solenne stretta di mano, tutto a posto, metto in
moto e riparto, anche stavolta è andata…!
domenica 22 luglio 2012
Dunque riepiloghiamo, dopo le sistemazioni fatte prima di
partire da La Serena il problema delle luci dovrebbe essere stato risolto sfrattando
la famigliola di ragni dal devioluci, i tubi benzina sono stati cambiati quindi
probabilmente non prenderemo fuoco lungo la strada, rimane l’olio motore da
sostituire e le afte in bocca che non danno tregua ma splende il sole, anche
troppo stavolta…, e Valparaíso si avvicina. L’illusione del devioluci dura il
tempo di uscire dalla città, le luci continuano ad operare in regime di
assoluta anarchia e la famigliola di ragni che mi scarrozzavo appresso da
chissà dove avrebbe potuto continuare la sua transumanza a sbafo. Il paesaggio
comincia piano piano a variare, dalle pietraie spuntano i primi cactus, poi ai
cactus si aggiungono alcuni arbusti, poi sotto ai cactus e agli arbusti spunta
una timida erbetta secca e giallastra. A cento km da Valpo esco dalla
Panamericana e arrivo sulla costa, avvicinandomi cominciano a farsi vedere
anche i pini e insieme ai pini le spiagge, gli alberghi, le case al mare dei
vacanzieri e il traffico conseguente, tutte cose di cui peraltro non sentivo
affatto la mancanza. Con l’apertura del canale di Panama nel 1914 il porto di
Valparaíso, tappa obbligata per ogni
nave che si accingeva ad affrontare oppure si era appena lasciata alle spalle
le leggendarie tempeste di Capo Horn , cominciò a perdere importanza ma rimane
tutt’oggi la capitale culturale del Cile, evitando accuratamente i grandi e
caotici viali del centro salgo sulle alture dietro al porto e raggiungo i
vecchi quartieri residenziali, l’atmosfera è accattivante, stretti vicoli
pedonali dritti come una fucilata salgono ripidi dal porto e si incrociano con
tortuose stradine di ciottoli che seguendo le linee delle colline creano un
effetto a gradoni sui quali poggia una tipica architettura primonovecentesca di
palazzine e ville signorili, piccoli bar letterari, minuscoli alberghi di
design, ricercate caffetterie ma anche locali più o meno probabili arredati saccheggiando
a piene mani dalle botteghe dei rigattieri saturano l’aria con un effetto molto
“ bohemienne”. Sgangherati backpackers si confrontano con turisti da 100
dollari a notte in un calderone dai colori senza dubbio intercontinentali.
Trovo un ostello decente e decido che vale la pena fermarsi un paio di giorni
per riposare e riordinare le idee. Sepulveda scrive che varcando il confine del
Cile lo spirito di Pablo Neruda ti viene incontro e ti accoglie benevolente
sulla sua terra, decido di onorare la sua accoglienza con una visita. A circa
ottanta chilometri a sud di Valpo c’è Isla Negra che non è un isola ma bensì la
residenza preferita del grande poeta, con fantozziana precisione riesco a
centrare il giorno di chiusura settimanale, quindi niente visita al suo museo
personale di strumenti da navigazione, alla sua collezione privata di barche in
bottiglia, alla sua raccolta di piccole sculture in legno, niente due passi nel
suo giardino sopra la spiaggia, niente la sua barchetta appoggiata sul prato,
per un paio di ore gironzolo intorno alla staccionata rubando qualche occhiata
e qualche foto qua e là, passeggio per la spiaggia e mi arrampico sui bassi
scogli dove si infrangono le onde del pacifico, ovviamente le stesse onde che guardava
anche il vecchio Pablo, e non è poco…! Nonostante la sosta di un giorno e la
conseguente pausa i problemi alla bocca continuano ed anzi le ulcere si
moltiplicano, la pomata non sembra avere alcun effetto mentre invece lavarsi i
denti e soprattutto mangiare qualsiasi cosa diventa una tortura. Anche la
faccenda delle luci sta diventando seccante, viaggio ormai da qualche giorno
solo con le luci di posizione e questo non è per niente bello, a Mendoza, in
Argentina, oltre le Ande a circa 400 km c’è una concessionaria che potrebbe essere
una buona opzione per sistemare definitivamente la faccenda. Risalgo verso
nord, passo Santiago e ricomincia l’ennesima arrampicata sulle Ande. Con ampi
tornanti la strada sale per decine di km su un enorme ghiaione incrociando
funivie e stazioni sciistiche, sull’altopiano finisce il territorio cileno ma
per arrivare ad incontrare i funzionari dei due paesi ci vogliono ancora una
ventina di km, gli uffici fanno capolino in fondo ad un enorme piazzalone
totalmente invaso dalle macchine che un paio di poliziotti stanno cercando di smistare,
accenno un tradizionale “salto della coda” ma gli uomini in divisa mi beccano
subito, faccio presente che tradizionalmente le moto hanno diritto a passare
avanti ( ovviamente non sta scritto da nessuna parte ma di solito ci credono
tutti…) ma mi rispondono che qui siamo in Argentina e che la cosa non funziona
affatto così, il pomeriggio è avanzato e a spanne rischio di perdere anche tre
o quattro ore per passare la dogana, poi si deve scendere dalla Cordigliera e
arrivare a Mendoza, altri 180 km e il rischio di arrivare al buio è alto, torno
alla carica con il poliziotto e gli faccio presente che per una moto può essere
particolarmente rischioso viaggiare di notte in mezzo alle montagne ecc. ecc.
ma di rimando mi ringhia che in Argentina si viaggia obbligatoriamente con le
luci accese quindi se ho problemi alle luci semplicemente non mi fa entrare in
Argentina e così il problema è risolto, ovviamente bleffo alla grande che le
mie luci sono a postissimo e dicevo solo
per dire per cui a questo punto me la metto via e rientro in coda con le
regolamentari e ormai leggendarie pive nel sacco. Siamo a circa tremila metri
sotto il massiccio dell’Aconcagua ma naturalmente siamo anche sotto le nuvole quindi
dell’Aconcagua non si vede niente e in compenso comincia a piovigginare così le
pive oltre ad essere nel sacco sono anche bagnate. Per entrare in Argentina,
che fra l’altro comincia a starmi già un po’ sulle balle, ci metto quasi tre
ore e si saranno fatte le cinque del pomeriggio, fra il confine e Mendoza c’è
un villaggetto poco prima della pianura, intasco i soliti permessi e parto,
lungo la strada incontro qualche pattuglia di poliziotti che mi fa cenno di
accendere le luci, sempre a cenni rispondo di aver capito, poi saluto, sorrido
e faccio tutto quello che serve per far capire che le sto accendendo anzi ecco
che allungo la mano verso l’interruttore e faccio finta di accenderle ma
intanto li ho già alle spalle, loro sono contenti e quindi il problema e
risolto, io continuo senza luci ma loro non lo sanno…J Entro nel villaggetto,
quattro case in croce sulle rive di un grande lago artificiale ma di alberghi
nemmeno l’ombra, forse laggiù affittano camere ma la casa sembra disabitata da
mesi, niente da fare, bisogna arrivare fino a Mendoza, entro in città al buio
ma a quel punto non mi preoccupo più, recupero un albergo e soffrendo come
sotto i ferri del dentista mi concedo la prima grigliata argentina. Domani intanto
ci prenderemo cura della motoretta.
mercoledì 11 luglio 2012
Mi risveglio dunque in quel di Taltal, amena cittadella
balneare cilena, con nell’ordine: le gomme da cambiare, l’impianto elettrico
che comanda le luci che funziona quando ne ha voglia, cioè quasi mai…e la
pomata cilena che contro le afte della mia bocca ha avuto lo stesso effetto di
un bicchiere d’acqua…quindi non si può dire proprio che va tutto bene ma non ci
si perde d’animo, la strada per la Terra del Fuoco è ancora lunga ma non
lunghissima e soprattutto non impossibile, quindi si va’! Faccio il pieno al
distributore in compagnia di un gruppo di austriaci e svizzeri che stanno
passando le ferie correndo avanti e indietro per gli sterrati del Cile con
guida e motorette da fuoristrada noleggiate in loco, i soliti convenevoli,
qualche occhiata di invidia e qualche sguardo di superiorità come se farsi un
paio di continenti da soli con la moto per sei mesi fosse cosa
sconveniente…mentre invece farsi qualche centinaio di km mangiando la polvere
di chi ti precede te lo ha ordinato il medico…però si sa che gli svizzeri sono
un po’ strani! Comunque ognuno si fa il suo pieno poi loro a nord e io a sud,
come al solito, e come al solito in mezzo al deserto, alla sabbia, alle
pietraie, cambia il terreno, cambiano i colori e ogni tanto la linea
dell’orizzonte ma deserto è deserto, rettilinei infiniti in mezzo al nulla e in
fondo ai rettilinei una curva di solito anche quella in mezzo al nulla, la cosa
più importante da tenere a mente è svegliarsi prima della curva in tempo utile
per rallentare se necessario e affrontarla, poi ci si può riassopire. La
faccenda va avanti per 650 km, ovvero otto ore circa, verso le cinque entro a
La Serena, che non è solo una mia amica, che fra l’altro ha il brutto vizio
proprio di mettere l’articolo davanti ai nomi propri…, ma nella situazione
contingente trattasi di una cittadina di 150.000 abitanti dove trovo il mitico
Tonino Motos che è grande come un supermercato e sembra un ministero, il salone
trabocca di moto, scooter, quad,
accessori, ricambi, abbigliamento, manca solo il reparto motoslitte, ma
probabilmente in mezzo al deserto non ne vale la pena. Passo da un
sottosegretario all’altro finché non trovo quello addetto alle gomme, si va in
magazzino, si ribalta tutto e saltano fuori le scarpette nuove per la motoretta,
il prezzo è sopportabile e si procede con il montaggio. L’ora successiva sarà
una delle più difficili del viaggio, la macchina smontagomme è costituita da
due robuste braccia e due leve di acciaio che cominciano a scavare come il
trapano di un dentista fra il copertone e il cerchione di alluminio anodizzato
nero lucido non pulitissimo forse ma è il “mio” cerchio anodizzato e io so
quanto mi è costato. La prima reazione è quella di saltare al collo della
macchina smontagomme ma riesco a trattenermi e con tutta la pacatezza e lo
stile che ho a disposizione dopo otto ore di guida faccio presente che forse…e
sottolineo forse…infilando uno strato di gomma o di cartone robusto fra la leva
e il “mio” cerchione anodizzato nero lucido si eviterebbe di far assomigliare
il ”mio” cerchione ecc. ecc. alla superficie del ghiaccio dopo una partita di
hockey Russia- Canada. La macchina smontagomme riflette un momento sulla mia
proposta e fortunatamente concorda, i cerchioni sembrano salvi. Si smontano le
gomme vecchie, si montano le gomme nuove, la prassi richiederebbe a questo
punto di equilibrarle, ma il ministero Tonino Motos non è dotato di
equilibratrice e pare che nessuno in Cile ne sia dotato, si potrebbe fare a
mano, ma il titolare in persona mi guarda come se gli avessi chiesto di
accompagnarlo allo zoo a rinfrescare le strisce delle zebre, mai fatto prima, e
figurarsi se cominciano oggi…non rimane altro che adeguarsi! Prima di iniziare
l’operazione gomme chiedo se nel frattempo posso approfittare per farmi un paio
di lavoretti di manutenzione, la risposta è negativa, dovrei pagare ugualmente
per il lavoro ma in virtù dell’ormai acquisita confidenza con la macchina
smontagomme, alla chetichella quando il capofficina volta lo sguardo mi cambio
le candele, compro una confezione di olio e lo sostituisco nel cambio e nella
coppia conica, smonto il filtro dell’aria che dalla sabbia che contiene ricorda
molto la spiaggia di Copacabana e a questo punto mancherebbe solo cambiare
anche l’olio del motore e registrare le valvole ma non voglio approfittare
troppo…chiacchera che ti chiacchera salta fuori che uno dei meccanici affitta
anche delle camere, siamo in orario di chiusura quindi mi accodo alla sua
macchina, l’ostello che gestisce con la sorella non è certo il Pierre di
Manhattan, del resto non ci avevo dormito nemmeno quando ero a Manhattan, ma
per una notte va bene e soprattutto per quattordici dollari va meglio ancora…
La questione gomme è risolta felicemente, se non sbaglio i calcoli ma
soprattutto se non sbaglio troppo strada con queste dovrei poter arrivare fino
alla meta anche se non so bene ancora dove andrò a finire, rimane la questione
delle luci che continuano a funzionare in regime di assoluta anarchia e rimane
ben presente la questione delle afte che mi massacrano la bocca, comunque da
tre problemi siamo scesi a due, come si suole dire… è già un passo avanti! Quando
la mattina dopo sono pronto per partire scopro che un poco geniale famigliola
di argentini capitati sul tardi ha parcheggiato dietro la moto e se ne sono
andati bellibelli a fare un giro per il centro bloccandomi l’uscita dal
portone. La cosa non mi rende felicissimo ma ne approfitto per smontare il
devioluci e controllare i contatti, all’interno del guscio degli interruttori
scopro un nido di piccoli ragni, non sembra ma potrebbe essere una bella
notizia, potrebbe essere infatti proprio la causa del problema, ripulisco il
tutto per bene e rimonto. I problemi risolti a questo punto potrebbero essere
due, ma mi accorgo che anche i tubi del carburante sono alla fine del loro viaggio
infatti grondano benzina come fossero di cartone, i problemi sono di nuovo due,
ma sistemeremo anche questa. Con tutta la calma del loro essere in vacanza
rientrano gli argentini, si scusano ma non troppo e mi tolgono dalle palle il
loro fottuto catorcio, uscendo trovo un negozio di ricambi per auto che mi
vende il tubo, al primo distributore smonto, taglio, ricompongo il sistema che
esce dai rubinetti del serbatoio, monto i filtrini nuovi, il compensatore, che
non sapete che cos’è ma non importa, e arrivo ai carburatori, faccio il pieno e
finalmente rimonto in sella, accendo poi spengo e rismonto dalla sella perché
mi accorgo che si è staccato un contatto che porta corrente allo strumento del
contagiri. Tolgo il serbatoio, sistemo il contatto, rimonto il serbatoio, rimonto
in sella e parto. Si potrebbe pensare che a questo punto sia già quasi buio di
nuovo ma invece è solo la fine della mattinata, Valparaíso mi aspetta a meno di
500 km, con le candele nuove e il filtro dell’aria che non assomiglia più al
cortile di un cementificio la motoretta viaggia che è un piacere, e quindi…via
verso Sud.
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