La giornata si presume impegnativa quindi la sveglia è,
compatibilmente con la situazione, piuttosto presto. Con un paio di dollari
supplementari arriva anche una specie di colazione, si carica la moto, Pablo
ricompone e fissa con un’interminabile serie di elastici il suo condominio di
bagagli, accomoda le terga sul tappetino di pelo di pecora che riveste la sella
e via per la prima tappa che sarebbe il distributore dove ci siamo incontrati
la sera prima. Un paio di centinaia di metri e siamo già fermi, Pablo deve
rabboccare, nel piazzale, che ovviamente è tutt’uno con il resto del paesaggio
, spicca la presenza di una terza motoretta, in breve appare anche il suo
guidatore, ci si presenta, …Luciano di Rosario, Argentina, dove vai? … a El Calafate, guarda un
po’…anche noi, quindi si va insieme? …ovvio! Si parte e stavolta sul serio, un
po’ di asfalto, un po’ di sterrato, un altro po’ di asfalto e un altro po’ di
sterrato e si arriva a Gobernador Gregores, che, escludendo le altre mille
soste per bere, svuotare, mettersi la felpa più grossa, togliersi la felpa più
grossa, sgranchirsi le gambe, fare una foto, fare un video, fare un'altra foto,
ecc.ecc.ecc…. sarebbe la prima tappa. Per
la verità ci sarebbe stata una deviazione che avrebbe leggermente accorciato di
qualche decina di km il percorso per raggiungere Tres Lagos ma c’è sempre
l’incognita benzina, Pablo nonostante la tanica che si porta dietro non ci sarebbe
arrivato, io ci sarei arrivato ma quasi a secco con il rischio di non poter
continuare se avessi trovato il distributore esaurito, Lucho ( che ovviamente
si legge Lucio ) teoricamente avrebbe voluto tagliare e arrivare direttamente a
Tres Lagos ma, vuoi che forse si trovava bene in compagnia, vuoi che a tutti è
sfuggito il bivio, il gruppo alla fine rimane unito. Al distributore troviamo
un altro brasiliano di Minas Gerais che sta risalendo da solo, ci aspettano 170
km filati di sterrato che definisce “ muy
feo”, letteralmente starebbe per molto cattivo, ora uno sterrato diventa
molto cattivo quando è molto insidioso, infatti dei due occasionali compagni di
strada del brasiliano uno si è piantato
ed è atterrato di faccia sulla ghiaia sbriciolando la visiera del casco e forse
anche un po’ del rivestimento del viso, paura e disagi conseguenti sono stati
superati ma stanno procedendo piano e il tipo li ha scaricati. Si fa il pieno a
serbatoi e taniche e allo stomaco con qualche improbabile cibo fornito dalla
striminzita cucina del distributore poi si parte per il gran balzo. Dopo poche
decine di km incrociamo i due che procedono con evidente cautela quasi a passo
d’uomo e senza l’aria di divertirsi troppo…Di fianco corre la strada nuova e
quando si incrocia con la vecchia aumentano i fastidi. Come già notato ieri il
fondo del vecchio tracciato è costellato di buche e sassi ma almeno è duro e
battuto da anni di passaggi e si riesce
a viaggiare quasi comodamente intorno ai 70/80 kmh ma quando per questioni
varie di orografia i lavori devono spostarsi proprio sulla vecchia strada i
caterpillar hanno spianato a parte un nuovo tracciato provvisorio dove viene
incanalato il traffico (quelle venti o trenta macchine al giorno nelle date di
bollino rosso…) e dove ovviamente il fondo, a volte di ghiaia, a volte di
sabbia, diventa morbido, la moto tende ad affondare e quindi scatta
l’insidia…Il nastro di asfalto nuovo di zecca o di terra tirata come un
biliardo che ci scorre spesso a fianco continua a ingolosirci e senza pensarci
un attimo di più cediamo alla tentazione, passare dal vecchio al nuovo percorso
e viceversa diventa quasi un gioco. Per entrare o uscire si devono individuare
i punti dove i mucchi di terra o di sabbia che vengono appositamente lasciati
per chiudere i varchi sono maggiormente vulnerabili, ma alle moto bastano poche
decine di centimetri per il passaggio e nonostante il carico anche una
montagnetta di mezzo metro non è un problema pur di riuscire a fare magari
qualche km senza doversi concentrare su ogni metro che la ruota anteriore deve
affrontare. Secondo una consecutio dei lavori che evidentemente non è
esclusivamente nostrana prima si stende l’asfalto poi ci si ricorda che mancano
le gallerie di scolo che vanno da una parte all’altra della strada ed ecco che
trasversalmente si taglia l’asfalto, si apre una trincea di un paio di metri di
profondità, si passano le tubazioni e poi si ricopre tutto. Le spaccature si
susseguono quasi con regolarità ogni due o tre km il che vuol dire che si deve
innanzitutto cercare di non cadere nelle trincee perché ci si farebbe malissimo
e quindi per evitare le trincee quando va bene si aggirano seguendo i percorsi
dei camion del cantiere ma quando va
male si fa dietro front fino a dove si
può rientrare sulla strada vecchia, superare l’ostacolo e cercare di rientrare al
primo varco possibile. Di tanto in tanto incrociamo qualche operaio che invece
di coprirci di insulti per aver ignorato i divieti ci saluta calorosamente e
anzi ci ferma per darci consigli su dove e come possiamo meglio sfruttare
l’alternativa. Finiscono i 170 km e arriviamo a Tres Lagos, finiscono i
cantieri e gli sterrati e ricomincia l’asfalto ma anche il giorno sta finendo,
lentamente come si conviene a queste latitudini ma sta finendo. Il sole lascia ancora
qualche barlume di luce ma il suo calore è decisamente un ricordo, anzi, dopo
una mezzora arriviamo sulle sponde del lago Viedma, sulla sponda opposta, ad
una settantina di km di distanza, incombono le cime della Cordigliera, vette di
cinquebarraseimila metri fra le quali spicca il profilo del leggendario Fitz
Roy e da dove soffia un vento gelido che ci arriva addosso neanche fossimo
vicino all’Antartide, che per inciso non è più distante di un paio di migliaia
di km in linea d’aria da dove ci troviamo! Perdiamo Lucho che si è fermato per
buttarsi addosso un paio di maglie in più, ci mette una ventina di minuti poi ci
raggiunge, durante le ultime decine di km passiamo dal tramonto al buio totale
fino a quando finalmente arriviamo a El Calafate. Non credo che la temperatura
superi i dieci gradi. Ci aspetta un ostello, una memorabile carne alla griglia
nel migliore ristorante della città, più che altro nell’ultimo ristorante
ancora aperto…e una bottiglia di vino rosso argentino, per chiudere la giornata
non trovo miglior commento delle parole di Pablo al primo brindisi: “ Hoy fuè
un dia!” Non credo ci sia bisogno di traduzione..
martedì 20 novembre 2012
martedì 6 novembre 2012
Un giorno di sosta a Bariloche poi si riparte , lascio
l’alberghetto vicino al lago che fa da fondovalle alla cittadina ma per fare
benzina sono costretto a ripassare per il centro, ci sarebbe la strada nuova
per l’aeroporto che la taglia fuori ma
non ci sono distributori e pare che i rifornimenti da qui in avanti non saranno
così scontati. I centri abitati sono piuttosto rarefatti, tipo che fra un
villaggio e l’altro ci passano anche dai cento ai duecento km e non è nemmeno
detto che in ogni villaggio ci sia una pompa e visto che è tempo di vacanza e
in tempo di vacanza la gente si muove parecchio può capitare benissimo che la
pompa sia pure a secco il che vuol dire aspettare il camion dei rifornimenti
anche fino al giorno dopo. Regola uno dunque da ora in poi fare il pieno ogni
volta che se ne presenta l’occasione. Passo dunque per il centro , faccio il
pieno e finalmente riparto, in un modo o nell’altro attraverso la città,
seguendo le indicazioni piuttosto
controverse di un paio di passanti mi ritrovo in periferia, le ultime case si
diradano e lasciano posto agli abeti, anche l’asfalto si dirada e lascia il posto
al primo sterrato, così…tanto per cominciare a divertirsi, di indicazioni
stradali non se ne parla, blocco un camioncino che arriva da una laterale e
chiedo conferma per il sud, non serve altro parchè se riesco ad uscire da
Bariloche poi c’è una strada sola quindi non c’è problema. Lo sterrato dura
meno di una decina di km fino a quando rientro sulla strada principale, per un
centinaio di km si viaggia alle pendici delle montagne, passo da una valle
all’altra accompagnato da foreste di abeti, laghi e prati verdi, qualche
campeggio e piccoli villaggi turistici giustificano quel po’ di traffico che si
incontra di tanto in tanto e quel po’ di biciclette che si incrociano. La
strada scende dalle montagne quindi niente più laghi, abeti e verde intenso ma
di nuovo terra arida, erba secca e giallastra e soprattutto la noia mortale del
paesaggio della pampa. Arrivo a Gobernador Costa, mi chiedo cosa abbia fatto di
speciale il Sig. Gobernador Costa per farsi intestare un villaggio tanto
insignificante e mi rispondo che probabilmente ci è solo nato e cresce immediata l’ammirazione per essere riuscito a
diventar governatore nascendo in un posto del genere. Siamo in mezzo al solito
nulla e va da se’ che la strada principale è dritta come un fusetto, per meno
di un km parallelamente allo stradone ci sono altre due vie che probabilmente
vedranno l’asfalto non prima di un paio di secoli e sono collegate alla
principale da un paio di bretelline in altrettanto stato polveroso. Un primo
alberghetto è esaurito ma ci sono alternative, la prima mi spara un bel 35
dollari che, sempre secondo le mie personalissime stime, è una truffa,
attraverso la strada e un’insegna promette camere e alloggi, sotto l’insegna
una grande vetrina lascia intravedere, attraverso vari strati di polvere, un
bar ma la porta è sbarrata, il bar comunica con un piccolo bazar ma anche
quello è decisamente chiuso. Non mi arrendo, giro l’angolo e provo il retro,
bussa qua…bussa là, lancia una voce e un colpo di tosse finalmente emerge una
signora, la stanza c’è, una tettoia nel cortile per la moto anche, il bagno è
in comune con le altre stanze ma pare non ci siano altri ospiti e comunque non
è un problema, la stanza certo non ricorda quella di uno Sheraton, anzi per la verità non
ricorda nemmeno quella di un qualsiasi albergo degno di tale nome ma costa
circa 11 dollari quindi va benissimo, forse c’è anche il wi fi, bisogna
connettersi con quello del vicino di casa e non sempre funziona ma di solito
si…, basta aver fiducia! Per cena non ci sono grandi alternative, un vecchio
baretto anni sessanta con una maestosa griglia che occupa una parete intera, un
lungo bancone in legno e acciaio e otto tavolini in laminato e sottili zampette
cromate con quasi tutte le sedie in abbinamento riempiono la sala, le afte non danno
tregua e mangiare è una tortura ma la carne è una meraviglia quindi cerco di
non pensarci. Quando sto per finire salta la luce in tutto il villaggio e
rimaniamo al buio, il sole è tramontato da un pezzo e l’oscurità è quasi
completa ma nessuno ci fa caso, un “oooh “ quasi impercettibile poi le
conversazioni ai tavoli riprendono come nulla fosse successo, il tempo passa e
la situazione non cambia, le ragazze servono ai tavoli facendosi luce con i
telefonini, dopo parecchi minuti il
vecchio alla griglia si rassegna e sacrifica una, dico una!!!, candela che
accende e appoggia sul bancone per tutti, finisco la mia cena e sempre alla
luce del display di un cellulare pago il conto e raggiungo la mia sontuosa locanda
dove non rimane molto altro da fare se non buttarsi in branda e aspettare,
possibilmente dormendo, il giorno dopo. L’esperimento riesce , prima di
rimettermi in strada faccio colazione al distributore e riparto, la giornata è
serena, il cielo è di un azzurro intenso con qualche batuffolo bianco appeso
qua e là, i primi duecento km sono di asfalto fino a quando lascia il posto al
il mitico “ ripio” ovvero quello che tecnicamente da noi si chiama “macadam”
oppure volgarmente ”sterrato”, in due parole sassi e polvere! Anzi…facciamo tre
parole, sassi, polvere e buche! La strada è larga, due corsie comode in realtà
sono quattro canali di terra ben battuta che le ruote delle macchine
ripuliscono dai sassi che invece si accumulano
ai lati, le ruote della moto corrono abbastanza sicure dentro il canale
largo una trentina di cm. ma di tanto in tanto il canale si sporca di pietrisco
o buche o altro e bisogna uscire affrontando il morbido strato di ghiaia di
riporto alto anche cinque dieci cm , normalmente il fondo è abbastanza liscio
ma quando la strada è in pendenza le ruote delle macchine saltellano e creano
delle scanalature trasversali abbastanza profonde da costringerti ad alzarti in
piedi sulle pedane per aumentare il peso sulla ruota anteriore e rendere la
moto più guidabile. La guida non è particolarmente difficile ma è molto
impegnativa sul piano della tensione che è forte e non ti permette di
rilassarti per più di qualche centinaio di metri. Di tanto in tanto alla strada
vecchia si affianca quella nuova oppure la nuova prende il posto della vecchia ma
quando la nuova, cioè praticamente quasi sempre, non è ancora ufficialmente aperta,
il traffico, si fa per dire visto che incontro
qualcuno mediamente ogni 30 km…., passa su una pista nuova che i
caterpillar hanno spianato a fianco. A seconda delle condizioni sulla strada
vecchia si riesce a viaggiare fra i quaranta e i settantacinque kmh ma il fondo
della pista nuova non è stato testato dalle migliaio di carri e macchine che lo
hanno calpestato per decenni battendolo
e indurendolo e quindi è sabbioso e morbido, la moto comincia a scodinzolare e
il manubrio vibra fra le mani, la tensione sale e non si deve cedere alla
tentazione di rallentare troppo cercando al contrario di far galleggiare la
moto sopra il terreno morbido. Spesso la strada nuova si presenta come un
invitante nastro di terra battuta tirato come un biliardo e a volte è ricoperto
da un ancora più invitante fondo di asfalto ancora vergine. Ia prima razione di
ripio dura circa 45 km poi, sarà l’invitante…, sarà il concetto di vergine ma non
resisto oltre e quindi superando gagliardamente i cumuli di terra che chiudono
gli accessi mi butto sulla strada nuova, a volte va bene e riesco a percorrere
tranquillo una decina di km ma altre volte mi ritrovo alla fine del cantiere
affacciato su qualche trincea profonda un paio di metri e nessuna maniera di
rientrare sul vecchio percorso, tocca fare inversione, si ripercorre un po’ di
strada a ritroso fino a quando, in un modo o nell’altro, si trova il sistema di
ritornare sulla strada vecchia e fino a quando un altro invitante nastro di
asfalto più o meno vergine ti attira di nuovo. Dopo 390 km di questa storia
verso le cinque del pomeriggio arrivo a
Bajo Caracoles, dalla strada principale parte un nastro di polvere che entra in
mezzo ad una decina di baracche di legno ordinatamente sparse in mezzo ad
altrettanta polvere. Una baracca esibisce un’insegna di ostello ma la porta di
ingresso esibisce anche un bel cartello con scritto chiuso. Ad un’altra baracca
è collegata una pompa di benzina, mentre faccio il pieno chiedo al ragazzotto
com’è la situazione per la notte considerato che l’ostello è chiuso. Il fatto
che l’ostello sia chiuso suona molto strano al ragazzotto ma mi dice che anche
loro del distributore affittano camere,
non sa bene il prezzo ma dovrebbe essere intorno ai 40barra60 dollari,
signorilmente riduco i commenti al minimo e lo prego di informarsi meglio con i
titolari, la versione definitiva è addirittura settanta dollari quindi piuttosto
che sborsare quel capitale mi monto la tenda nel fosso della strada, in quello
arriva Pablo da Brasilia che viaggia su una piccola Honda rossa carica come un
mulo di zaini, bisacce e taniche. Fra uomini di strada ci intendiamo al volo e
partiamo all’attacco della porta chiusa dell’ostello, dopo qualche insistenza
la porta si apre e concordiamo una doppia a venti dollari a testa, questo si
che è parlare! Venti minuti nemmeno sapevamo che esistevamo reciprocamente e
adesso dividiamo la stessa stanza, lo stesso bagno, la stessa doccia, …ma
ovviamente non lo stesso letto…! Così è la strada! L’ostello offre anche pizza
e bistecca impanata con purè di ( polvere di) patate. Sarò anche prevenuto ma
quattro baracche sommerse dalla polvere in mezzo alla Patagonia non mi sembrano
la location più adatta per una pizza, nemmeno per una bistecca alla milanese
probabilmente ma Argentina vuol dire carne e quindi la scelta è d’obbligo e per
sapere com’era quella bistecca andate a farvi un giro verso la fine del mondo,
da me non lo saprete mai…J
giovedì 4 ottobre 2012
Da Mendoza a S. Carlos de Bariloche ci sono circa 1300 km,
con una tappa intermedia dovrei farcela in un paio di giorni, piccola sosta e
poi vediamo…, i ragazzi della corte del
saldatore di marmitte sconsigliano per il momento la Ruta 40, con una leggera
deviazione posso rimandare l’appuntamento con la polvere. Per un paio di
centinaia di km si passa da un’azienda agricola all’altra, grandi case
coloniche in stile, cantine ultramoderne, cisterne in acciaio inossidabile, foresterie
che sembrano design hotel, ogni tanto il
villaggio di riferimento e in mezzo filari interminabili di vigne, da un km
all’altro finisce tutto e comincia la pampa, avrà sicuramente il suo fascino ma
da subito si presenta come una dei paesaggi più noiosi che abbia mai visto,
qualche arbusto, qualche cespuglio, poca erba giallastra su un terreno quasi
sabbioso e grigio, le Ande sono una lontana linea morbidamente frastagliata che
separa il grigio dall’ azzurro del cielo. A parte alcune leggere ondulazioni
del terreno che non superano un paio di decine di metri tutto il resto è definitivamente
piatto! Tardo pomeriggio, mancano un centinaio di km per 25 de Mayo, da un bel
po’ viaggio nel bel mezzo del niente, una moto ferma sul ciglio della strada
con una faccia decisamente sconsolata appoggiata sopra mi risvegliano dal
torpore della noia, ci metto qualche istante a realizzare poi freno, faccio
inversione e la faccia ha un nome e parla, è Juan di Neuquen che sta andando a
Nord ad un incontro di motociclisti ma ha forato l’anteriore. È fermo da almeno
un ora e delle quattro macchine che sono passate nessuna ha accennato a
fermarsi, ha un cellulare ma siamo a circa cento km dal primo centro abitato e
non c’è copertura. Gli offro la mia bomboletta ripara-gomme che dovrebbe
funzionare anche con le camere d’aria ma non la vuole, probabilmente la camera
d’aria è troppo malandata e non funzionerebbe. Mi lascia il numero di Marcelo,
appena trovo un telefono lo devo chiamare, dargli la posizione di Juan e mandarlo là con camera d’aria, leve
smontagomme e pompa, gli offro un po’ di biscotti ma non li vuole, accetta
invece la bottiglia di acqua che ho con me. Facciamo insieme un due conti e a
spanne che arrivi ad un telefono, chiami Marcelo, che Marcelo si organizzi e
arrivi da Juan ci vorranno almeno tre ore ma Juan è sereno e comunque ha tenda
e sacco a pelo quindi anche se, come si dice, è praticamente in mezzo ad una
strada, un tetto…o qualcosa del genere… c’è! In un ora arrivo circa a Cruce del
Deserto, di nome e di fatto, due rette
che si incrociano, niente a destra, niente a sinistra, niente su, niente
giù, a lato della strada solo un albergo con ristorante ma il tutto è
decisamente sproporzionato visti i paraggi, anche il prezzo è sproporzionato,
75 dollari sono esattamente una rapina e non manco di farlo presente, la
titolare mi propone un arrotondamento ma ugualmente non ci siamo ancora e
comunque c’è da salvare Juan. Spiego la situazione all’ometto della reception
che telefona a Marcelo. Marcelo non risponde. Richiama e Marcelo risponde, si
fa per dire perché l’ometto gli spiega come sta la questione ma dalla faccia
non sembra troppo convinto di quello che sta facendo. Mette giù e mi conferma
l’impressione ma non riesco a capire cosa stia succedendo. Chiedo di parlarci, prego
di richiamare e di nuovo Marcelo risponde, la voce sembra totalmente dissociata
da chi sta parlando, le risposte arrivano sempre qualche istante in ritardo
rispetto a quando dovrebbero segno che nonostante la facilità apparente della
risposta necessitano sempre di un momento di riflessione; sei Marcelo?... Si… Sei l’amico di Juan che è
partito stamattina in moto?... Si… Hai presente chi è Juan?... … Si… Hai capito
dove ti sta aspettando?...Si…Hai capito che ha bisogno che tu vada a
recuperarlo con camera d’aria, leve smontagomme e pompa?...Si. Mi arrendo, o
meglio spero che Marcelo, che probabilmente ha appena testato tutto il nuovo
campionario di stupefacenti che gli hanno recapitato abbia uno sprazzo di
lucidità e si renda almeno conto in quale galassia si trovi e vada a recuperare
Juan. Rendo la cornetta all’ometto della concierge, lo sguardo di intesa che ci
scambiamo è eloquente, combatto con un leggero senso di colpa, forse non dovrei
fidarmi ma è quasi buio, sono praticamente in mezzo al deserto e più che
tornare da Juan con una birra tiepida e una bistecca fredda non potrei fare e
se Marcelo torna in sé lo salva lui, se non torna in sé Juan è giovane e
sufficientemente in carne da non morire di fame anche se salta una cena,
domattina fermerà qualcun altro e alla peggio arriverà al raduno un giorno in
ritardo. Mi metto l’animo in pace. Torniamo alla trattativa. Nonostante
l’arrotondamento il prezzo della camera rimane improponibile, a una decina di
km c’è il villaggio e forse si combina qualcos’altro. Per arrivarci si deve
uscire dallo stradone principale, al bivio ci sono due specie di motel ma sono
esauriti, la faccenda si complica, entrando nel villaggio trovo l’ultimo motel,
la camera c’è e costa 45 dollari che per
essere in un posto di merda in mezzo al nulla è ancora una follia ma stavolta
non possiamo più fare gli schizzinosi e accetto. Per la cena entro nel
villaggio che offre una specie di panineria e un baretto che serve pizza e
pollo arrosto. Con le infiammazioni che continuano a massacrarmi la bocca la
pizza sarebbe l’ennesima tortura per cui vado di pollo arrosto, dopo quasi
un’ora e almeno tre birrette per aiutare a dimenticare il contesto arriva una
mattonella di carne troppo bianca e troppo stopposa che sembra di masticare
gesso da presa ma le tre birrette hanno fatto il loro dovere e una quarta
completa l’opera. Considerato tutto il contesto comincio a capire anche
Marcelo. La colazione è in linea con lo squallore di tutto il resto, una tazza
di thè, una fetta di qualcosa che potrebbe ricordare del pane e una
mattonellina di marmellata insipida, per un bicchiere di liquido color
aranciata si deve pagare una differenza…la truffa dei 45 dollari comincia a
irritarmi sempre di più, una misera camera,
niente parcheggio e la moto rimane parcheggiata in mezzo alla strada, uno
straccio di connessione internet non è nemmeno prevista, sulla colazione mi
sono espresso, quando chiedo di poter
fare una telefonata a Bariloche mi sento rispondere che devo andare fino in
paese al posto telefonico pubblico…intuisco che il giovanotto che ho di fronte
è il figlio dei proprietari, bene! Quindi non è un dipendente contro il quale
non sarebbe giusto sfogarsi e quindi gli spiego dettagliatamente quello che
penso sul suo albergo e sul fatto che per un senso di equità e giustizia se
tanto chiedi almeno qualcosa devi offrire, il mio spagnolo esce talmente
fluente che il personaggio afferra il
concetto al volo, tenta di controbattere ma non c’è fisicamente lo spazio, con
lo stesso stile mi accomiato, salgo in moto e me ne vado lasciandolo
visibilmente offeso, perfetto! J
I primi 500 km sono di una noia mortale, il nulla mi circonda e il caldo non
aiuta. A 150 km cominciano a cambiare un po’ le cose, la strada si arrampica su
una cresta di colline che nascondono un grande bacino artificiale, un po’ di
saliscendi intorno al lago poi si continua a salire, un altro lago, questa
volta naturale e annuncia S. Carlos de Bariloche, probabilmente la più
importante stazione invernale del Sudamerica, ma siamo in gennaio e quindi in
piena estate australe e la temperatura torrida e l’aria polverosa stridono
parecchio con le facciate simil-tirolesi degli alberghi delle vie centrali. L’atmosfera
sta cambiando, già con Mendoza si è iniziato a respirare un aria vagamente
europea, lineamenti indigeni e carnagioni color caffellatte sono
ormai un ricordo, ogni viso tradisce un avo italiano, un nonno spagnolo o una
zia teutonica. Mi fermo per due notti, quest’aria quasi di casa non mi mancava
affatto, la meta non è più lontanissima e l’idea che l’avventura stia per
terminare comincia ad affacciarsi.
giovedì 27 settembre 2012
Alle otto e mezza sono già di fronte alla concessionaria di
Mendoza, la cosa che ovviamente mi preme di più e la faccenda delle luci e dopo
tanti km anche una registratina alle valvole non ci starebbe male, l’ultima
volta è stato non ricordo quanti km fa in Costa Rica, teoricamente per la registratina potrei anche arrangiarmi da solo
così come per il cambio dell’olio ma la faccenda luci mi trova più impreparato
e per quella un meccanico qualsiasi potrebbe andare ma voglio fidarmi del
livello qualitativo ( vero o presunto…) della scuola BMW per cui scelgo di
delegare tutto all’officina. Il responsabile dell’accettazione arriva verso le
nove, gli spiego la situazione e a metà mattinata la motoretta va sotto i
ferri, il cambio dell’olio viaggia spedito, il meccanico è giovane e simpatico
ma con scarsa dimestichezza dei modelli datati come il mio per cui non si fida
di azzardare la registratina alle valvole e rinuncia, alla faccia della scuola
BMW…, dopo una mezzora di battibecco soft e grazie all’ intercessione del
giovane meccanico ma contro la regola della casa madre che il boss
dell’officina cerca di impormi riesco a intrufolarmi e insieme al meccanico
affrontiamo di petto la questione delle luci. Passiamo un’oretta a strapazzare
i cavi dell’impianto elettrico per cercare di capire cosadove e come sia successo che l’impianto elettrico
stia vivendo questo glorioso momento di anarchica ribellione ma alla fine
nonsisacome tocco il filo giusto, le lampadine si accendono come nemmeno in via
Montenapoleone sotto Natale e con il
meccanico ci guardiamo e ci illuminiamo. Siamo nei pressi del fanale, lo
apriamo e un bastardissimo filo nero di massa ( la spiegazione del concetto di
massa ve lo risparmio…) naviga nel vuoto andando a cozzare ovunque ubriacando
l’impianto elettrico, ristabiliamo il contatto e come per magia tutto risponde
ai giusti comandi, il problema è risolto, la meta è un po’ più vicina, per la
verità è esattamente dove si trovava ieri sera ma la rinnovata fiducia nel
mezzo meccanico e soprattutto il fatto di non dover più fare le ormai solite
sceneggiate con ogni pattuglia di poliziotti che incontro mi fanno sembrare gli
ultimi km più corti. Già…, saranno anche più corti ma sempre circa tremila sono
e tremila non sarebbero poi un disastro se non contiamo i 28.000 che ho messo
alle spalle. Se non fossi ad uno sputo ( lunghetto…) dalla fine probabilmente
non ci farei caso, ma il peso di quello che c’è dietro comincia a farsi
sentire, manca un pezzo di Argentina, poi tutta la Patagonia, poi la Terra del
Fuoco. Penso ad un paio di tappe veloci per rallentare verso la fine. Fino ad
ora non ho mai pensato alla meta, ma dopo una ventina di confini sono
nell’ultima nazione, per arrivare ad
Ushuaia dovrò rientrare in Cile e poi di nuovo in Argentina, ma non ci saranno
più nuove terre né dogane sconosciute, solo qualche migliaio di km di cui una
valanga da percorrere sullo sterrato. Domani cominciamo ad affrontare la
leggendaria “ Ruta 40” che con la “Ruta 3” infilano l’Argentina da Nord a Sud,
la “tres” segue l’oceano Atlantico ed ormai è completamente pavimentata, la
“quarenta” corre a ridosso delle Ande e le mancano parecchie centinaia di km
che la “Presidenta” Kirchner, patagone
di nascita, sta lentamente completando.
Per pochi anni ancora la si può percorrere assaggiando la stessa polvere
dei pionieri dell’ottocento, poi non sarà più la stessa cosa. Al mattino lascio
dunque Mendoza, incrocio un paio di villaggi, dopo un centinaio di km ne arriva
un altro, si viaggia tranquilli su uno stradone in mezzo alle campagne, un paio
di semafori mi fanno rallentare, scalando le marce sento che il pedale non
risponde come dovrebbe, l’innesto è ritardato e incerto, arrivando allo stop
non ritrovo più la folle, un sudore freddo e tagliente come un coltello da
sushi parte inesorabile dall’ultima vertebra e risale in un lampo fino al cervello
circumnavigando lo stomaco, il verdetto è semplice : si è rotto il cambio! Un
vortice di proporzioni bibliche rimescola sensazioni, pensieri, maledizioni e
litanie varie fino a quando freno e fermo la moto, butto l’occhio in direzione
dello stivale sinistro e vedo la leva del cambio che penzola sotto il motore
appesa all’asta del rinvio, dalla notte più nera che si può immaginare passo al
sole dei caraibi in un giorno di sole, forse il danno non è grave, lavorando
sul rinvio riesco ad infilarci una prima marcia, riparto e mi butto su una
laterale, scendo e controllo bene, è saltata la saldatura che fissa la lamiera
della leva alla boccola del supporto che fa da perno ( spero mi siate grati se
anche qui non insisto sulla descrizione), entro nel negozio di elettrodomestici
di fronte e chiedo di qualcuno che fa saldature nei paraggi, già che ci sono
compro un adattatore di corrente visto che gli argentini hanno deciso di
dotarsi di prese a lame oblique che dubito esistano altrove, comunque a
cinquanta metri c’è uno che ripara marmitte. Sempre in prima supero un cancello piuttosto malandato,
attraverso un cortile che ricorda molto una discarica, arrivo sotto una tettoia
tenuta in piedi da qualche secolo di ruggine e trovo un simpaticone che ha
vissuto una decina di anni a New York e non vedeva l’ora di sfoggiare il suo
inglese davanti agli amici, smonto la leva, molto pomposamente la guarda e la
passa con le spiegazioni del caso al subordinato che altrettanto pomposamente
dà due punti di saldatura, me la ritorna, i due punti sembrano un grappolo di
carbone ma non fa niente, rimonto il pezzo, chiedo quanto devo e rimedio una
solenne pacca sulla spalla di buon viaggio, rispondo regalando una foto delle
Torri Gemelle che ho con me, solenne stretta di mano, tutto a posto, metto in
moto e riparto, anche stavolta è andata…!
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