Su consiglio di Clara salto il museo di Chan Chan e di strada mi fermo a visitare la Huaca Sol y Luna. Da lontano sembrano due collinette di sabbia invece circa duemila anni fa erano i punti di riferimento istituzionali, religioso e politico, della cultura Moche. La sabbia nei secoli ha seppellito le due piramidi, la prima è troppo malandata e non è visitabile ma nella seconda gli archeologi stanno ancora scavando per riportare alla luce il tempio primario che nel tempo è stato inglobato dai successivi. Regolarmente ogni 80/100 anni, c’è chi dice per certificare al popolo il proprio potere, c’è chi dice per rilanciare l’economia, il tempio veniva ampliato riempiendo i vuoti del precedente con mattonelle di fango essiccato e nuove mura inglobavano quelle più antiche con nuovi volumi di maggiori dimensioni. I nuclei familiari fornivano, in base alle proprie possibilità, un certo numero di mattonelle al cantiere e avevano il diritto di contrassegnarle con un simbolo che lo identificava. Dall’interpretazione degli spettacolari altorilievi in fango essiccato ancora ricoperto dai colori originali riesumati sulle pareti del tempio più antico si è potuto conoscere e studiare come quel popolo vivesse, in quali dei credesse, contro chi combattesse e come sacrificasse i nemici vinti, non c’è traccia però del fatto che venissero pagati i fornitori di mattonelle il che fa cadere l’ipotesi del rilancio dell’economia rinforzando quella dell’autocelebrazione della classe dirigente la qual cosa, vista così, assomiglia fin troppo alla cronaca di oggi. All’una del pomeriggio mi rimetto in marcia. La strada corre in mezzo alla sabbia lungo la costa del Pacifico, la giornata è afosa, il cielo è grigio di umidità e una densa nebbiolina appanna la linea dell’orizzonte, a poche centinaia di metri dalla costa le cime più alte di alcune piccole isole spuntano dalla foschia come fossero sospese sul mare. Ogni tanto la strada curva per girare intorno a qualche duna o sale di qualche centinaia di metri per scavalcarla, nel pomeriggio, come ogni giorno, dal mare comincia a salire il vento, la temperatura si abbassa subito e comincia a fare quasi freddo ma l’orizzonte si fa più nitido, i colori del mare si accentuano e la schiuma delle onde imbianca le spiagge per chilometri. Deserto di nome e di fatto, sul mare non si vede una barca ma nemmeno sulla terraferma si vede qualcosa che ricordi una parvenza di vita, seguo il nastro di asfalto pitturato sulla sabbia incrociando pochi camion e un paio di macchine, la suggestione è tale che quasi si trasforma in ansia. Dopo 280 km arrivo a Huermey, speravo in un bel villaggetto sul mare invece mi ritrovo le solite quattro botteghe srotolate lungo la Panamericana, una strada perpendicolare porta fino alla piazzetta principale, un paio di viuzze secondarie e la cosa finisce lì, il mare è a qualche km nascosto dalle dune quindi è inutile, sono le 17.30, per il prossimo centro abitato mancano almeno 100 km per cui mi trovo una locanda e domani si va a cercare qualcosa di più stimolante. La mattinata si preannuncia subito assolata e calda, punto ad arrivare solo fino a Barranca, un centinaio di km per poi fermarmi una mezza giornata, la scenografia è la stessa del giorno precedente, asfalto, sabbia, ogni tanto l’Oceano Pacifico che accompagna sulla destra la mia corsa solitaria. Fino ad oggi si viaggia gratis ma il Governo sta attrezzando dei caselli per il pagamento dei pedaggi, al momento sono praticamente terminati ma ancora non operativi, ciononostante ci sono dei rallentatori prima e dopo le barriere che ti costringono a diminuire la velocità, a pochi km da Barranca ne supero uno scambiando uno sguardo con un annoiato poliziotto che passeggia davanti all’edificio degli uffici. Una decina di km dopo, mentre sto guidando rintronato e semiaddormentato dalla monotonia della strada un colpo di sirena mi fa sobbalzare. Il muso di una macchina della polizia riempie tutto lo specchietto retrovisore, accosto, scendo e comincia la commedia . L’agente è al telefono con il suo capo secondo il quale sarei stato ripreso da una telecamera mentre superavo il casello a circa sessanta kmh contro un limite di velocità di trenta, a suo dire la targa corrisponde ecc. ecc. Tento di far capire al personaggio in divisa che se avessi affrontato i rallentatori a quella velocità con quel carico probabilmente sarei ancora in giro per il piazzale a raccogliere i pezzi della mia moto ma naturalmente è inutile. Mi prende la patente e mettendosela in tasca mi comunica che per riaverla dovrò passare per l’ambasciata dopo aver pagato la sanzione che naturalmente sarà molto salata. L’agente con cui sto parlando fa un po’ il duro ma al tempo stesso è troppo gentile e mentre stiamo parlando l’altro si mette in disparte e fa finta di controllare l’olio della macchina distogliendo lo sguardo, che in mezzo al deserto non è l’approccio ideale con uno sconosciuto fermato da cinque minuti, gli elementi per sospettare un pacco ci sono tutti ed infatti puntuale arriva la proposta che aspettavo, in cambio di qualcosa si può parlare con il capo e sistemare la faccenda. Ci mettiamo d’accordo sul qualcosa e qualche decina di dollari passano dalle mie alle sue tasche. Lasciandoci mi augura buona giornata ma faccio presente che dopo essere stati derubati sulla strada non può essere certo una buona giornata. Dallo sguardo di risposta intuisco che ci rimane un po’ male, probabilmente non sono abituati ad atteggiamenti di scontro così diretto ma dubito di averlo messo in crisi con la sua coscienza e sono più propenso a credere che in pochi minuti sarà tornato sulla strada a caccia di finanziatori sereno come prima. Tutt’altro che sereno è invece il mio stato d’animo, il fastidio per le poche decine di dollari passa presto, non passa invece il disagio per l’affronto ma soprattutto per il senso di solitudine che ti assale quando ti ritrovi in un territorio non sempre facile, a migliaia di km dal tuo ambiente e devi difenderti da chi dovrebbe essere il tuo punto di riferimento in caso di necessità. Salto Barranca, la città non ha nulla da offrire e non è particolarmente sicura, allungo di qualche km sperando che la terapia della guida aiuti a superare lo stato d’animo negativo e arrivo a Huacho che è una fotocopia ingrandita di Huermey, brutta e squallida, è ancora presto ma sono giorni di festa e temo di avere difficoltà per trovare da dormire infatti devo girare tre o quattro alberghi prima di trovare una stanza, quando ne combino una me la fanno pagare doppia a prezzo pieno anche se sono solo, evidentemente non è giornata, speriamo domani vada un po’ meglio!
giovedì 29 marzo 2012
giovedì 22 marzo 2012
domenica 18 marzo 2012
Verso il Perù
Non fosse per le targhe delle poche macchine che si incrociano, il verde dei prati e l’ordine dei campi che accompagnano i primi 70 km di strada che da Cuenca vanno verso il confine peruviano potrebbero farti credere di essere in Svizzera ma alla fine della salita si cambia valle e da un momento all’altro il paesaggio diventa lunare, arido e desertico, non ci sono più colori e quasi tutto è grigio, le montagne sembrano sgretolarsi per scivolare a valle in fiumi di sabbia, la vegetazione sparisce quasi completamente, rimangono pochi ciuffi d’erba in mezzo alle pietre, qualche cactus e pochi arbusti scheletrici e rinsecchiti abbarbicati alle pietraie, da una valle all’altra il paesaggio non cambia più fino a quando arrivando al livello del mare la strada entra in una distesa infinita di alberi di banane che va avanti per decine e decine di km. Un’altra volta ancora per uscire dal paese bisogna improvvisare, gli uffici doganali dell’Ecuador sono in una grande palazzina a lato della strada e li riconosco dai pullman parcheggiati nel piazzale e dalle code fuori dagli uffici, fatte le code e consegnati i documenti per arrivare e passare il confine vero e proprio invece bisogna proseguire per qualche km, entrare in un piccola cittadina, infilarsi nel mercato che sta occupando la strada principale, proseguire fino a quando è possibile dopodiché bisogna prendere una specie di deviazione che ovviamente non è segnalata ma si va a naso seguendo quello che sembra il flusso principale, si chiede un paio di volte fino a quando si arriva alla fine del mercato, si riprende la strada principale, si attraversa il fiume, per fortuna c’è un ponte ma non sempre si è così fortunati, e si arriva al confine con il Perù. A questo punto ricomincia la solfa degli uffici di immigrazione, della dogana per il permesso per la moto in più stavolta l’assicurazione è obbligatoria per cui al tutto si aggiunge una discussione con l’impiegata del banchetto che vuole farmi pagare 35 dollari contro gli 8 che paga una vettura. Naturalmente vince lei e caccio i 35 prima di tuffarmi nel deserto peruviano. La strada corre lungo una fascia pianeggiante larga qualche km che sta fra la Cordigliera e l’Oceano Pacifico, ogni tanto un basso ponte scavalca uno dei tanti fiumi, ormai di sola sabbia e argilla secca, che scendono dalla montagna. Per un centinaio di km viaggio fra le mille sfumature di rosso e di arancione di un terreno argilloso arido e screpolato. L’impatto con il Perù purtroppo non è dei più suggestivi, l’impressione è di viaggiare in una discarica, il nastro di asfalto corre in mezzo a mucchi di rifiuti e di bottiglie di plastica e l’odore dolciastro della decomposizione si mescola a quello forte e penetrante del mare. Arrivo a Mancora, una delle spiagge più gettonate dagli amanti del surf, eccetto quello che dovrebbe essere un breve lungomare tutto il villaggio si srotola per un paio di km lungo la Panamericana, ristoranti, bar, botteghe artigianali e tutto il resto fanno da quinta al traffico infernale dei camion e delle macchine che si mescolano a decine di motocarrozzette che come formiche frenetiche continuano a percorrere la strada principale a caccia di clienti suonando il clacson nel poco discreto tentativo di richiamare l’attenzione. La mattina dopo riprendo la strada e il paesaggio non cambia, ancora deserto, ancora sabbia. Ogni tanto poche case oppure un piccolo villaggio, la fascia fra le montagne e il mare si restringe e si riallarga fino anche a parecchie decine di km, di tanto in tanto la strada serpeggia e sale per superare un gruppo di dune o qualche bassa collina di pietra. Il pomeriggio dal Pacifico arriva il vento, freddo e violento, la moto taglia le scie di sabbia che spinte dalle raffiche attraversano perpendicolarmente la strada. Il paesaggio è quasi “glaciale” tanto è spoglio, pochi arbusti secchi corrono rasoterra e qualche “albero bandiera” non lascia dubbi sulla presenza e sull’abitudinaria direzione del vento. Di tanto in tanto, ingabbiate da chilometriche recinzioni, dalla sabbia emergono piantagioni di canna, di uva, di frutta o di riso, ma a lato della strada le file di piante sono talmente regolari e noiose che sembrano artificiali. Arrivando al piccolo villaggio di Lambayeque incontro il museo “ Tomba del Signore di Sipan” dove il Perù con giusto orgoglio in una splendida cornice espone l’ultima sua grande scoperta archeologica. Non più tardi di 25 anni f nei paraggi è stata portata alla luce una piccola necropoli eccezionalmente intatta, ovvero non saccheggiata da quella squallida categoria di distruttori di storia che sono i tombaroli, i quali non sono esclusiva del mondo occidentale ma che, seguendo l’esempio dei “conquistadores “ arrivati nella scia di Colombo, hanno così pesantemente imperversato anche oltre oceano. Il personaggio evidentemente era discretamente sistemato nella gerarchia sociale dell’epoca e dipartendo non ha voluto lasciare nulla al caso, per la verità non ha voluto lasciare nulla nemmeno a casa considerato tutto quello che si è portato appresso per l’ultimo viaggio. Va da sé che la gioielleria buona non si lascia indietro che non si sa mai in che mani può andare a finire per cui eccolo ricoperto di collane, collari, bracciali, maschere, svariate paia di orecchini e il tutto naturalmente in oro o argento. Metti anche che il viaggio si fa lungo e non si sa dove si va a parare per cui non si parte senza adeguata scorta di cibi e bevande, centinaia di ciotole e di ampolle di terracotta ordinatamente posizionate intorno al feretro. Come detto il viaggio magari è lungo e se ci stanno dei tempi morti un paio di mogli possono tornare utili, quando quelle cominciano ad annoiare il cane , poi un lama per un po’ di carne fresca che non guasta mai, un servitore perché è evidente che non posso occuparmi io di tutto quando siamo in viaggio, il portastendardo perché si sa che senza stendardo non vado nemmeno al bagno e perché quel ragazzetto, che dovrebbe essere mio figlio, non soffra troppo da solo a casa ci portiamo dietro anche lui. Questa l’allegra, si fa per dire, comitiva ritrovata nella tomba del “Signore”.
sabato 10 marzo 2012
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| prima delle montagne |
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| qua si vede qualcosa |
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| tutti hanno diritto ad una birretta al bar ogni tanto |
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| cuenca |
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| domenica in famiglia |
domenica 4 marzo 2012
È tempo di lasciare Otavalo, passo a salutare Cesar che sta aprendo la sua bottega di strumenti musicali e di prodotti artigianali e prendo la strada per Quito, la Panamericana è larga e scorrevole, giusto un paio di cantieri sulla salita che supera una cresta di montagne a 3000 metri e in un oretta e mezza percorro i 120 km che mancavano per arrivare alla capitale. Lasciando la Colombia qualche giorno fa avevo cominciato a perdere olio da uno degli steli della forcella, probabilmente il fango nel quale avevo poco felicemente sguazzato per arrivare a Popayan aveva lavorato sul paraolio che ha cominciato a perdere. Il problema non è da non dormirci la notte ma ovviamente non posso viaggiare caricando tutto il lavoro su metà forcella e nemmeno continuare a farmi annaffiare di olio moto, pantalone e stivale sinistro per il resto del viaggio. La forcella non è originale perché è stata sostituita con una più robusta quindi non posso sperare in un ricambio BMW ma non dovrebbe essere difficile recuperare il pezzo. Arrivando a Quito trovo subito la concessionaria, è chiaro che non hanno il pezzo ma invece di tentare di procurarlo e poi fare il lavoro mi scaricano indicandomi un importatore di moto europee di cui avevo già notizia. Trovo l’importatore e trovo anche il paraolio che costa la bellezza di 35 dollari ovvero almeno cinque volte il suo prezzo in Italia, mi chiedo e gli chiedo se per caso abbia intenzione di rinnovare l’arredamento dei locali a mie spese ma la battuta non lo smuove di un centesimo, per altri 45 usd potrebbe anche farmi il lavoro ma tutta la situazione non mi dà molta fiducia per cui decido di prendere tempo, gli pago il pezzo al quale aggiunge anche delle fantomatiche tasse e mandandolo silenziosamente, ma non tanto, a farsi fottere vado a caccia di un meccanico un po’ più onesto. Quito ha un milione e mezzo di abitanti quindi non è quel che si dice un villaggetto, approfittando dei rossi ai semafori interpello un paio di motociclisti che mi consigliano calorosamente la Clinica de Motos, adesso però bisogna trovarla e non è facile capire né tantomeno seguire le indicazioni borbottate in spagnolo dentro un casco e ascoltate dentro un altro casco con qualche decina di macchine impazienti che ti martellano i timpani, e non solo quelli, con il clacson. Fra un indicazione e l’altra e sfuggendo alla sirena di una macchina della polizia che probabilmente non era d’accordo su una mia inversione di marcia su una corsia preferenziale trovo finalmente la famosa clinica che però non è quella famosa ma è quella del padre di quella famosa, ancora un po’ di giri finché approdo nel posto giusto. Mi ritrovo in un capannone con almeno un centinaio di moto di tutte le taglie comprese quelle della scorta del presidente della repubblica, il colpo d’occhio e due chiacchere con uno dei ragazzi e gli affido il lavoro, mollo tutto e in taxi vedo a cercarmi un albergo. La sera mi ritrovo a cena con Nate e con la sua fidanzata Jackie ma durante la notte nonostante la temperatura equatoriale, e qui lo possiamo proprio dire…,comincio a sentire degli strani brividi. La notte non passa serena e il mattino non mi trova affatto in forma, non ho un termometro ma viaggio sicuramente sui trentotto gradi di febbre, da altri fattori dei quali evito la descrizione giungo alla conclusione che mi sono beccato un virus intestinale, la giornata passa squallidamente a letto e si conclude con un altrettanto squallido petto di pollo con riso in bianco che riesco a farmi recapitare all’ostello. La notte è una fotocopia della precedente e il giorno successivo pure, febbre alta con tutti i suoi corollari e i soliti disturbi intestinali, riesco a telefonare in officina e la moto è pronta, gli spiego le mie condizioni e me la tengono ancora senza problemi ma poi da dopodomani scatta il we e si finirebbe alla prossima settimana, mi imbottisco di porcherie chimiche e mi faccio il solito petto di pollo ancora più triste di quello di ieri, poi a letto. Al mattino la febbre è passata ma le mie viscere continuano ad aver bisogno di un tagliando e di montare in sella non se ne parla. Richiamo l’officina e ho tempo anche domani mattina per ritirare la moto, un’altra giornata di riposo e finalmente la sera riesco a raggiungere il ristorante in fondo alla via per una cena decente. Al mattino le questioni intestinali sono tutt’altro che risolte ma mi sento abbastanza in forze per continuare, ritiro la moto e mi concedo perfino una visita al monumento che è stato eretto dove nel 1700 sono state fatte le prime misurazioni scientifiche ed ufficiali per definire l’esatta ubicazione della linea equatoriale, poi qualche decennio dopo si sono accorti che la linea passava tre km più in là ma ormai il monumento era fatto , spostare l’equatore non era semplicissimo per cui le cose sono rimaste così e per i turisti va bene lo stesso.Sull’onda dell’entusiasmo per la strada ritrovata e nonostante il mal di stomaco attraverso Quito, e ci metto ben un ora, e riprendo la Panamericana verso sud. Il paesaggio sta cambiando, non ci sono più i colori brillanti della Colombia e del nord ma il verde comincia ad essere cupo, quasi opaco. Quando la strada seziona le colline sotto il manto superficiale si scopre una terra grigia, sabbiosa, in superficie grandi appezzamenti erbosi sono delimitati da alti filari di abeti che di tanto in tanto si allargano a formare piccole boscaglie. Nel pomeriggio, percorsi 150 km arrivo a Latacunga, una caratteristica piccola città coloniale che fa da tappa intermedia, domani si va a Cuenca.
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